Lo spagnolo vince anche l’ultimo torneo Slam che gli mancava: è il più giovane di sempre. Djokovic: «È stato un grande viaggio»
Gaia Piccardi, inviata a Melbourne e Redazione Sport
I possedimenti australiani di Jannik Sinner passano di mano. Il nuovo signore e padrone del regno down under è il suo alter ego smanicato, allegro, leggero. A 22 anni e 272 giorni Carlos Alcaraz si annette il primo Australian Open della collezione privata battendo in quattro set (2-6, 6-2, 6-3, 7-5) il serial killer che di titoli di Melbourne se ne è messi in tasca dieci, Novak Djokovic, il 39enne che dopo la fiammata iniziale perde progressivamente vigore. L’impresa, a cascata, ne vale a Ercolino un’altra, addirittura più prestigiosa: vincendo il settimo Slam diventa il più giovane tennista della storia, il nono in totale, a conquistare tutti e quattro i Major. Il record dell’antenato Don Budge, che reggeva da 87 anni, è battuto.
Sublime scrittore di storia contemporanea e straordinario creatore di colpi, Carlitos all’inizio dell’incontro appare irretito dal carisma del Djoker, proprio come Sinner in semifinale. Il serbo è affilato, lucidissimo, aggressivo: appoggiandosi a percentuali sontuose del servizio (78% di prime, 93% di punti sulla prima e 75% sulla seconda), edifica un piccolo capolavoro su due break (6-2), sfruttando l’andamento lento di Alcaraz sotto gli occhi dell’antenato Rafa Nadal, volato a Melbourne per ragioni di business e disposto a tifare per il connazionale. Con tutte le magie ancora imprigionate nella bacchetta, Harry Potter ciondola per il campo, forse bloccato dalla tensione di uno snodo importante della vita, per una volta senza trovare dall’altra parte della rete la sua nemesi (e viceversa) Sinner. È chiaro che deve cambiare marcia, entrare nell’incontro con più personalità.
Coach Lopez gli chiede più spin nei colpi, l’allievo esegue.
L’inizio del secondo set, infatti, porta uno switch nell’inerzia. In avvio, per la prima volta, si va ai vantaggi: il Djoker difende il servizio ma qualcosa è cambiato. Al turno successivo, ecco due palle break: Alcaraz va in fuga grazie a un errore di rovescio del rivale e cerca il tifo del pubblico, come contro Zverev in semifinale. Il set finisce lì: 3-1, 5-2 con un altro break e un altro errore del serbo, 6-2 con un servizio vincente.
Sembra un altro match.
Lo spagnolo ha alzato le percentuali del servizio (notevole il 100% di punti sulla seconda), quelle di Djokovic sono crollate. In più, lo zavorrano 11 errori gratuiti. Troppi. Completati due set, si decide di chiudere parzialmente il tetto (Alcaraz, giustamente, chiede spiegazioni) ma ormai il treno ad alta velocità di Murcia è irrefrenabile. Il break al quinto game è frutto di recuperi incredibili, Carlitos sfinisce il venerabile totem di palleggi, lo logora a furia di palle corte. 3-2, 5-3, 6-3 con l’ennesimo rovescio largo del serbo, che annulla due set point ma sul terzo capitola.
Lo stadio, a questo punto, è con il Djoker. Non per inimicizia nei confronti di Alcaraz, amatissimo: vogliono vedere il quinto set. Novak annusa l’odore del sangue, chiama a raccolta il suo popolo. Si difende come un leone al secondo game, sparacchia nel fiume Yarra un dritto sulla palla break del 4-4 che avrebbe potuto riaprire la partita, si arrende definitivamente 7-5 e a scavalca la rete per andare ad abbracciare il fiero rivale.
L’Australia è di Carlos Alcaraz, che si conferma, alla sua età, un giocatore prodigioso. Il settimo Slam è prezioso perché è il primo in Australia, perché gli vale il record di precocità nel club del Career Slam, perché dimostra che il divorzio da Juan Carlos Ferrero, il coach che l’ha cresciuto, non ha lasciato scorie nella mente. Solo gratitudine nel cuore.
FONTE: CORRIERE.IT

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