Il Governo accelera sulla cessione al fondo USA, ma cresce il pressing per un intervento dello Stato. Intanto i Commissari impugnano lo stop all’area a caldo.
di Redazione
La crisi dell’ex Ilva non è più soltanto una vertenza occupazionale o un dilemma ambientale; è diventata una partita a scacchi dove ogni mossa è condizionata da variabili tecniche e legali di estrema complessità. Al centro del tavolo negoziale di Palazzo Chigi, il Ministro Adolfo Urso ha impresso un’accelerazione che sa di “ultima chiamata”. Il termine di tre settimane concesso ai commissari per chiudere con il fondo americano Flacks Group non è un dettaglio burocratico, ma il prerequisito essenziale per accedere ai 149 milioni di euro già autorizzati da Bruxelles. Senza un acquirente certo, quel prestito rimane una promessa sulla carta, lasciando l’azienda nell’impossibilità di onorare i fornitori e garantire la manutenzione minima necessaria alla sopravvivenza dei siti.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso

Taranto Ex-Ilva
Le garanzie sul tavolo: oltre il capitale
Il punto di attrito con Flacks Group non riguarda solo la capacità di acquisto, ma la visione industriale a lungo termine. I commissari straordinari, su input del Governo, hanno alzato l’asticella delle garanzie. Non si chiede solo una prova di solidità finanziaria, ma la presentazione di accordi vincolanti con partner industriali del settore acciaio. Il timore, condiviso da Federmeccanica e dai sindacati, è che un fondo d’investimento possa agire con logiche puramente finanziarie, prive di quel know-how operativo necessario per gestire un gigante ferito. La richiesta di garanzie occupazionali e di un piano di investimenti sulla decarbonizzazione serve a blindare il futuro di Taranto contro il rischio di una gestione “mordi e fuggi” che riporterebbe lo Stato al punto di partenza tra pochi anni.

© Agf – stabilimento Ilva, Taranto (agf)
La sfida dell’Altoforno 4: la produzione come difesa
Sul piano industriale, la riattivazione dell’Altoforno 4 (Afo4) prevista per fine aprile rappresenta molto più di un semplice incremento produttivo. È una prova di vita. Portare la capacità produttiva a 4 milioni di tonnellate annue è l’unico modo per rendere l’azienda appetibile e, soprattutto, per generare quel flusso di cassa interno che permetterebbe di ridurre la dipendenza dai prestiti ponte. Tuttavia, questo sforzo si scontra con la realtà di impianti che necessitano di interventi strutturali miliardari. La sicurezza, tema centrale dell’incontro fissato per il 13 marzo a Taranto, è l’altra faccia della medaglia: senza una manutenzione profonda, ogni tentativo di aumentare i ritmi produttivi rischia di scontrarsi con la fragilità di un’infrastruttura logorata da anni di incertezze proprietarie.
L’ombra del Tribunale di Milano e il bivio di agosto
A rendere questo equilibrio ancora più precario è la decisione del Tribunale di Milano. Imporre lo stop all’area a caldo dal 24 agosto significa, nei fatti, decretare la fine clinica dell’acciaieria se il ricorso dei commissari non dovesse avere successo. Lo spegnimento dell’area a caldo non è un processo reversibile con un interruttore: comporta danni strutturali agli impianti che renderebbero antieconomico qualsiasi tentativo di ripartenza. Per questo motivo, il Ministero dell’Ambiente è ora chiamato a una corsa contro il tempo per aggiornare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), cercando una sintesi quasi impossibile tra le prescrizioni della magistratura e la continuità del ciclo produttivo integrale.
Verso un nuovo modello di controllo pubblico?
In questo scenario, la pressione di sindacati e imprese per un “Piano B” a guida statale assume una valenza strategica. L’idea di una gestione pubblica che traghetti l’ex Ilva verso la decarbonizzazione prima di cederla a privati non è più solo una proposta ideologica, ma una necessità pragmatica sollevata da chi l’acciaio lo produce e lo lavora ogni giorno. Se il fondo Flacks non dovesse convincere entro fine marzo, il Governo Meloni potrebbe trovarsi costretto a cambiare radicalmente rotta, trasformando l’ex Ilva nel laboratorio nazionale per una nuova siderurgia verde, sotto l’egida diretta dello Stato.

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