Il silenzio del Vaticano sul Venezuela. E il timore di un blitz (anche) a Cuba

di GIOVANNI PANETTIERE

Roma, 3 gennaio 2026 – Mestiere complicato quello del primo Papa statunitense della storia, chiamato ad interfacciarsi con un capo della Casa Bianca che anela al Nobel per la pace, ma intanto si abbandona a raid in Paesi stranieri, dopo la Somalia, il Venezuela.

Alle armi da fuoco del potere temporale di Donald Trump, quello spirituale, incarnato da Leone XIV, contrappone la (sola) forza della diplomazia. Anche sullo sfondo delle esplosioni americane a Caracas, anche quando è in gioco (sulla carta) il ripristino della democrazia. Così, mentre il mondo si affretta a schierarsi pro o contro il despota deposto, Nicolás Maduro, la Santa Sede prende tempo.

Il silenzio del Vaticano

Non condanna, né benedice l’operazione speciale condotta dai Black Hawk a stelle e strisce che, se, da un lato, hanno liberato il Venezuela dal presidente chavista e dalla sua first lady – dove sia detenuta la coppia non è dato sapersi –, dall’altro, hanno lasciato sul terreno un numero ancora imprecisato di vittime civili e delegittimato il diritto internazionale, in particolare gli articoli 1 e 2 dello Statuto delle Nazioni Unite sul rispetto della sovranità, l’uguaglianza giuridica degli Stati e il divieto dell’uso della forza.

Il Papa e i suoi collaboratori seguono con attenzione l’evolversi degli eventi. D’altronde i canali di informazione non mancano in Vaticano. Venezuelano è il sostituto agli affari generali della Santa Sede, l’arcivescovo Edgar Peña Parra, ex nunzio nel Paese sudamericano è stato lo stesso segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

Il Papa vuole evitare clamorosi passi falsi?

Di Caracas è il generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, in queste ore in stretto contatto sia con il Palazzo apostolico che con la Chiesa locale venezuelana. La regola del silenzio dentro le mura leonine è quasi d’obbligo per evitare clamorosi passi falsi. L’uscita di scena di Maduro fa tirare un certo sospiro di sollievo in Curia, ma quantomeno le modalità del suo arresto sollevano interrogativi inquietanti.

E perplessità suscitano le ragioni dell’attacco addotte da Trump che collega il raid a un ritorno della libertà nel Paese e a una lotta senza confini al traffico internazionale di droga prima di dichiarare candidamente, a raid concluso, che gli Usa saranno “fortemente coinvolti nell’industria petrolifera del Venezuela“, là dove si concentrano le maggiori riserve di oro nero del pianeta.

Maduro e la Chiesa: confiscato il passaoprto al cardinale Porras

Negli ultimi tempi il rapporto fra Maduro e la Chiesa cattolica si è piuttosto incrinato. Meno di un mese fa le autorità chaviste hanno confiscato il passaporto al cardinale Baltazar Porras, arcivescovo emerito di Caracas che ad ottobre, a margine di un evento per la canonizzazione dei primi due santi venezuelani, aveva definito “moralmente inacettabile“ la situazione nel Paese sudamericano.

La misura aveva finito per mettere in discussione la linea della neutralità sul dossier Venezuela assunta dal Vaticano sin dai tempi delle contestatissime presidenziali del 2018, quando Parolin evitò di riconoscere come legittimo il presidente ad interim eletto dall’assemblea nazionale, Juan Guaidò, fermo oppositore di Maduro. Tale prudenza  del Vaticano alimentò malumori – mai del tutto rientrati – all’interno della Chiesa locale da tempo ai ferri corti con il chavismo.

Nelle scorse settimane le minacce trumpiane di invadere il Venezuela non hanno trovato sponda in Leone XIV, fedele alla pace disarmata e disarmante. Ma il Papa si è comunque appellato ad “altri mezzi di pressione“. Era il segnale implicito di una paura crescente che la Chiesa venezuelana potesse fare la fine della Chiesa (in esilio) del Nicaragua.

Il timore di un blitz a Cuba

A scompaginare le carte ci ha pensato l’arrivo imprevisto sui cieli di Caracas dei Black Hawk di Trump. E se adesso, ci si interroga in queste ore in Vaticano, l’operazione statunitense costituisse un qualche precedente per un colpo di mano anche a Cuba dove a fatica negli anni scorsi si è ricostruito un dialogo fra Santa Sede e le autorità castriste tanto che proprio all’Avana si è tenuto nel 2016 lo storico incontro fra papa Francesco e il patriarca di Mosca, Kirill?

Ancora, possono il Pontefice statunitense e i suoi collaboratori ‘benedire’ un raid contrario al diritto internazionale? Tante domande, troppe anche per chi nella Chiesa si oppone al regime di Maduro. Non sono questi i mezzi della diplomazia tanto coltivata da Prevost, ancora più che dal suo predecessore.

Domani, però, è un altro giorno. All’Angelus, dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico, per il Papa sarà difficile tacere. Il silenzio farebbe ancora più rumore. E allora è possibile che ci si affidi al richiamo alla pace, al dialogo, al multilateralismo. L’affaire Venezuela è troppo delicato sia per gridare la propria indignazione, sia per restare a bocca chiusa.

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