Italiani bloccati a Gerusalemme: oltre 200 pellegrini in attesa tra timori e cieli chiusi

Emergenza farmaci per il gruppo pugliese, mentre 16 sacerdoti torinesi attendono il via libera. Nonostante l’allarme missili, nella Città Santa la vita scorre sospesa: «Aspettiamo un corridoio sicuro».

GERUSALEMME – Il silenzio che avvolge lo spazio aereo mediorientale dopo l’attacco di sabato 28 febbraio pesa come un macigno sui circa duecento italiani attualmente bloccati a Gerusalemme. Quello che doveva essere un cammino di fede si è trasformato in un’odissea logistica e umana, dove il confine tra la normalità di una città millenaria e il fragore della guerra moderna si fa pericolosamente sottile. Mentre Tel Aviv e Haifa vengono colpite dai vettori, la Città Santa vive una calma apparente, interrotta solo dalle scie luminose dei sistemi di difesa che domenica sera intercettavano i missili iraniani in periferia.

In questo scenario di incertezza, l’allarme più straziante arriva dal gruppo di settantuno pellegrini partiti lo scorso 21 febbraio da Bari e Matera. Alloggiati presso l’hotel Grand Court, a breve distanza dal Santo Sepolcro, i fedeli pugliesi e lucani affrontano un’emergenza che va ben oltre la paura dei bombardamenti. Massimo Delle Foglie, barese e padre di cinque figli, descrive una situazione al limite del collasso sanitario ed economico. «Vediamo i missili sulle nostre teste, ci sono malati e anziani senza medicinali salvavita, aiutateci», è l’appello disperato lanciato dall’uomo, che sottolinea come nel gruppo vi siano una persona non vedente e un paziente affetto da leucemia che ha ormai esaurito le terapie necessarie.

La mancanza di medicine si somma a un rapido esaurimento delle risorse finanziarie. «Siamo chiusi nel nostro hotel e quando scatta l’allarme corriamo a nasconderci nei bunker», prosegue Delle Foglie, ricordando il sacrificio economico fatto da molti per partecipare al viaggio. «A casa i nostri familiari ci chiedono quando torneremo, io ho lasciato cinque figli e non so quando li rivedrò. Molti di noi hanno intrapreso questo viaggio con i risparmi di una vita, ora non abbiamo più soldi per rientrare: ci chiedono dall’agenzia ulteriori 700 euro a persona, ma temiamo diventino di più».

Poco distante, la stessa attesa logorante coinvolge sedici sacerdoti piemontesi, in gran parte della diocesi di Torino, insieme a un diacono e al personale dell’Opera Diocesana Pellegrinaggi. Sebbene per loro la situazione sanitaria sia meno critica, resta l’incognita totale sui tempi del rientro, nonostante i contatti costanti con l’Ambasciata Italiana. A loro si uniscono decine di giovani della diocesi di Lucca con il proprio Vescovo, tutti accomunati dallo sguardo rivolto a un cielo che resta ostinatamente chiuso ai voli civili.

A coordinare il gruppo pugliese c’è la guida Silverio Cartolano, che non nasconde l’amarezza per la gestione diplomatica della crisi. «C’è un rimpallo di responsabilità tra la Farnesina e il Consolato qui a Gerusalemme», denuncia Cartolano con fermezza, aggiungendo che «di fatto non stiamo ricevendo nessun aiuto. Forse domani riusciremo ad andare ad Amman, in Giordania, e da lì a prendere un volo per tornare, ma per ora ancora nessuna certezza». Senza garanzie ufficiali e con le scorte mediche agli sgoccioli, la priorità resta un’unica, urgente necessità: un corridoio sicuro per riportare a casa chi è partito per pregare e si è ritrovato prigioniero della Storia.

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