Il punto militare: attacchi continui sui due fronti con missili e droni (con il timore di finire le munizioni). Uccisi i capi dell’intelligence iraniana. Si assottigliano le scorte delle opposte contraeree. Gli osservatori si interrogano su quanti Patriot, Arrow 3 e Thaad ci siano nei depositi. È un’informazione top secret. Nel teatro mediorientale ne hanno bisogno tutti.
Lancia contro scudo. Una parte del conflitto si combatte con la versione aggiornata di queste armi. Gli Usa e Israele lanciano sistemi modernissimi dalla lunga distanza contro centinaia di target, l’Iran replica con altrettanti vettori terra-terra e droni-kamikaze.
Ognuno ne brucia in quantità assottigliando le scorte e suscitando interrogativi su quanto sarà possibile sostenere lo sforzo. L’asse «occidentale» ha continuato a martellare Teheran, lanciatori, caserme e centri di comando. Muovendosi su un binario evidente: distruzione di una parte dell’arsenale, uccisione di dirigenti.

I bersagli
I generali forniscono dati. Il capo di stato maggiore americano Dan Caine ha precisato che nelle prime ore sono stati presi di mira mille bersagli. L’Idf ha affermato di aver distrutto dall’inizio dell’assalto 600 siti (di cui 20 appartenenti alle forze di sicurezza), 150 vettori balistici e lanciatori, 200 batterie antiaeree.
Sganciati oltre 2.500 ordigni. Già domenica le fonti ufficiali israelo-americane sostenevano di avere il controllo dello spazio aereo, ma la supremazia non elimina del tutto i problemi. Lo dimostra quanto è avvenuto in Kuwait dove tre caccia americani F15 sono stati abbattuti, secondo la versione ufficiale, dal «fuoco amico». Salvi gli equipaggi. I velivoli sarebbero stati scambiati per nemici, fatti sui quali però si sta ancora indagando e dunque è prematuro arrivare a conclusioni. Restano l’impatto e la gravità dell’episodio. Sempre il generale Caine, un pilota di F-16, ha comunicato che il Pentagono sta spostando altri mezzi verso il Golfo e ha rassicurato sulla disponibilità di risorse.
Il segretario della Difesa Pete Hegseth ha escluso al momento l’impiego di unità terrestri ma ha lasciato la porta aperta ad un loro impiego in futuro. Stessa cosa detta da Donald Trump, appesa al cavillo «se sarà necessario». E ha detto alla Cnn che ci sono munizioni in abbondanza. Intanto, però, altri sei militari hanno perso la vita nella regione kuwaitiana, probabilmente uccisi da uno dei bombardamenti nemici. Come previsto e annunciato l’Iran ha ingaggiato gli Stati Uniti, lo Stato ebraico e i Paesi alleati di Washington nella regione e ancora più lontano.
L’azione più clamorosa, pur contenuta, ha riguardato Cipro: qui un drone ha raggiunto la pista della base britannica di Akrotiri. Incursione forse condotta dagli Hezbollah libanesi entrati, da ieri, nel conflitto. Una mossa di ritorsione per il ruolo dell’isola usata dagli anglo-americani e dall’intelligence, un raid che potrebbe essere ripetuto (così ha minacciato un alto esponente dei guardiani).
I pasdaran
Più gravi gli effetti degli strike sugli impianti petroliferi sauditi di Ras Tanura e quelli del gas in Qatar, entrambi chiusi con conseguenze che possono incidere sul fabbisogno europeo. I pasdaran hanno allargato il fronte e aumentato la cadenza di colpi. Secondo gli israeliani sono passati a «salve» concentrate di 9-30 missili, a volte appaiati ai droni. Intenso il tiro sulle monarchie del Golfo. Che si attribuiscono però una buona percentuale nel parare la minaccia. Gli Emirati indicano di aver fermato 161 missili su 174, 645 droni su 689. Un risultato spiegabile con le caratteristiche del loro scudo composto di materiale occidentale, israeliano e russo. Qualche ora fa il Qatar ha precisato di aver abbattuto due caccia Su24 e «bloccato» sette vettori.
Il muro difensivo
I dati, se da un lato confermano la parziale efficacia del «muro», segnalano dall’altro, il consumo. Gli esperti rilevano che per ogni missile in arrivo possono servire 2-3 proiettili costosi per intercettarlo. Non meno dispendioso il contrasto di droni il cui prezzo è di 35-40 mila dollari mentre per tirarli giù si spendono milioni: gli esperti ribadiscono che sono più insidiosi, sfuggono ai radar, impegnano i soldati. Ancora gli osservatori si interrogano su quanti Patriot, Arrow 3 e preziosi Thaad ci siano nei depositi.
È un’informazione top secret. Ne hanno bisogno a Tel Aviv, nelle postazioni statunitensi e in quelle delle petro-monarchie. E non è solo una questione di soldi: il problema vero è che le industrie produttrici non riescono a colmare i vuoti. Senza contare il possibile impatto su altri teatri, dall’Ucraina a Taiwan fino a quello coreano. Per l’agenzia Bloomberg, Doha finirà i Patriot entro quattro giorni e gli Emirati entro sette, per questo avrebbe sollecitato Washington a trovare una soluzione rapida. Già dopo il conflitto di giugno erano emerse indiscrezioni — in parte negate — sul fatto che l’Idf avesse finito i colpi per lo scudo.
Nonostante la decimazione dei vertici, pasdaran ed esercito iraniano non cedono, dimostrano ancora una volta capacità e adattamento. Un risultato legato alle esperienze recenti ma anche a una tradizione di resistenza, di sacrifici, di inventiva. Vogliono logorare l’avversario, sono convinti di poter superare anche questa prova per loro esistenziale mentre, sull’altra barricata, c’è Trump, legato alla formula di «ancora quattro o cinque settimane» per finire Epic Fury.
FONTE: CORRIERE DELLA SERA

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