Il presidente del Comitato militare dell’Alleanza Atlantica: “Usciamo più coesi e più forti dagli ultimi stress test”
AGI – “No all’esercito europeo“. Lo dice l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, in una intervista al Corriere della Sera. “La Nato ha gli strumenti per rispondere alla crisi e ripensare se stessa. Invece di parlare di esercito europeo, cerchiamo piuttosto nuovi modi di cooperazione militare tra Europa e Stati Uniti“, ha aggiunto l’ufficiale che a proposito della difesa comune sottolinea: “È nel DNA della Nato riflettere sul proprio ruolo, lo facciamo da 76 anni, continuando ad adattarci ai cambiamenti. I valori della sicurezza collettiva, la difesa della libertà e della democrazia restano centrali”. E su Trump che attacca, Cavo Dragone è chiaro: “Abitudine dei nostri ufficiali e anche mia è quella di prendere tempo e lasciare decantare ciò che viene detto sul momento. Però non vedo crisi; anzi, direi che usciamo più coesi e più forti dal dibattito e dagli ultimi stress test“.
La situazione in Ucraina
“Siamo quasi all’inizio del quinto anno dell’invasione russa con l’inverno più rigido degli ultimi decenni e gli ucraini proseguono nel darci grandi lezioni di coraggio e capacità di resistenza. La Russia – aggiunge Cavo Dragone – avanza a passi minimi. Negli ultimi 20 mesi è progredita di meno di 50 chilometri, circa 75-100 metri al giorno. Dall’inizio della guerra si stima abbia subito un milione e 200mila soldati tra morti, feriti e dispersi. Noi valutiamo che negli ultimi 10 mesi il dato sia di 300.000 perdite, più o meno 650 soldati al giorno. È un prezzo che noi eserciti occidentali non potremmo mai pagare, lo può fare Putin perché loro hanno un rispetto per il valore della vita umana più basso”.
Putin e gli obiettivi non raggiunti
Per Cavo Dragone, “gli ucraini stanno usando al meglio i loro droni. Ormai è chiaro che Putin non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi strategici iniziali: mirava a prendere l’intera Ucraina e non ha neppure occupato tutto il Donbass. Si era illuso che la sconfitta della Nato in Afghanistan lo ponesse in vantaggio. Ma oggi la Nato è più forte e coesa di prima proprio grazie alla reazione contro l’invasione dell’Ucraina: siamo passati da 30 a 32 Stati membri; aumentano le spese militari; con l’entrata della Finlandia nell’Alleanza, la Russia si ritrova con 1.340 chilometri di confine in più da dover pattugliare”.

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