Dalla sede Storica e Istituzionale del Casato
Caprioli di Pisciotta (SA) – Ci sono famiglie che attraversano la storia senza lasciarvi che un nome. E poi ci sono famiglie il cui nome, nel corso dei secoli, finisce per diventare una traccia: compare negli atti notarili, nei registri, nelle mappe catastali, nelle cronache cittadine; si ritrova sulle facciate dei palazzi, nelle piazze, nelle fontane, nelle amministrazioni municipali e, più tardi, persino nelle aule parlamentari. La vicenda degli Antinolfi appartiene a questa seconda categoria.
Ma per comprendere davvero il significato della loro presenza nel Mezzogiorno non basta risalire alle origini remote del casato. È necessario fermarsi davanti a un secolo preciso: il Settecento. È allora che la storia familiare, come quella di molte antiche famiglie meridionali, comincia a misurarsi con una società in trasformazione.
È il tempo in cui il mondo degli antichi privilegi convive con quello delle professioni, dei commerci, delle amministrazioni locali e delle nuove élite; il tempo nel quale il Regno di Napoli conosce profonde trasformazioni politiche e culturali e nel quale, lentamente, le vecchie strutture sociali vengono attraversate da nuove idee. È in questo scenario che gli Antinolfi diventano non soltanto un nome di famiglia, ma una presenza del territorio.
Una delle testimonianze più suggestive della presenza Antinolfi nel Settecento è legata a Solofra. Le ricerche citate dalla Biblioteca comunale “Renato Serra” e dal Centro Studi di Storia Locale di Solofra nella pubblicazione Per una storia della famiglia Antinolfi, del 2006, collocano l’insediamento della famiglia nella cittadina irpina già nel XVIII secolo, indicando nel 1732 un momento significativo e collegando la provenienza del nucleo a Cava dei Tirreni.
Ma la storia, qualche volta, si lascia raccontare meglio dalla pietra che dalla carta. A Solofra esiste ancora una testimonianza capace di dare un volto concreto a quella presenza: la Fontana dei Quattro Leoni. Realizzata nel 1733, fu opera dei maestri Nicola e Arcangelo Antinolfi, artigiani provenienti da Cava dei Tirreni. La fontana nacque per una necessità essenziale e insieme profondamente civile: raccogliere e distribuire l’acqua destinata alla popolazione. È difficile immaginare un simbolo più eloquente. Da una parte il nome della famiglia. Dall’altra una piazza. E in mezzo l’acqua, bene indispensabile alla vita di una comunità. La storia degli Antinolfi, almeno in questo episodio, non è dunque soltanto una storia di titoli e genealogie. È anche la storia di uomini che lavorano, costruiscono, scolpiscono e partecipano materialmente alla trasformazione di un paese. Un documento conservato presso l’Archivio di Stato di Avellino, relativo ai lavori della fontana e alla canalizzazione delle acque, ricorda inoltre la presenza di Nicola e Arcangelo Antinolfi a Solofra nel 1752, qualificandoli come maestri fabbricatori della terra di Cava. È una piccola finestra aperta sulla vita quotidiana del Settecento. E attraverso quella finestra possiamo vedere qualcosa di importante: la mobilità delle maestranze e delle famiglie nel Mezzogiorno, il rapporto tra Cava e le altre comunità campane, il valore delle competenze artigiane e la capacità di una famiglia di radicarsi in un nuovo territorio.
Ma la società meridionale del Settecento non era fatta soltanto di artigiani, mercanti e contadini. Era anche il mondo dei palazzi, dei feudi, dei titoli, delle proprietà e delle relazioni familiari. Nel caso degli Atenolfi, le fonti e la tradizione genealogica conducono anche verso Castelnuovo, nel Cilento. Il castello di Castelnuovo Cilento passò nel Settecento ai Talamo-Atenolfi; la documentazione storico-artistica oggi catalogata dal Ministero della Cultura ricorda inoltre le proprietà fondiarie degli Atenolfi nelle contrade di Pantana e Coppola e la presenza di ville legate alla famiglia. Qui la storia cambia scala. Non siamo più soltanto davanti a una famiglia che lavora e costruisce. Siamo davanti a una famiglia inserita nella struttura economica e sociale del Mezzogiorno d’antico regime. La terra, nel Settecento e nell’Ottocento, non rappresentava semplicemente una ricchezza. Era potere. Era prestigio. Era possibilità di incidere sulla vita di una comunità. Era, soprattutto, una forma di continuità. Possedere terre significava essere presenti nella geografia sociale di un territorio; significava intrecciare rapporti con amministratori, professionisti, ecclesiastici, contadini e altre famiglie; significava entrare in una rete di relazioni che poteva durare per generazioni. E proprio per questo la storia degli Antinolfi non può essere separata dalla storia dei luoghi nei quali vissero.
Poi arrivò il 1799. La Rivoluzione napoletana aprì una ferita profonda nel Mezzogiorno. Le idee di libertà, cittadinanza e cambiamento politico si scontrarono con il mondo dell’antico regime. Per le famiglie appartenenti ai ceti privilegiati il nuovo secolo avrebbe portato una domanda alla quale non era più possibile sottrarsi: come conservare la propria identità quando la società stava cambiando? La risposta degli Antinolfi, come quella di altre famiglie meridionali, non fu necessariamente quella dell’isolamento. Al contrario. Nel corso dell’Ottocento il nome della famiglia compare sempre più frequentemente nella vita pubblica. E qui la storia privata comincia a incontrare quella nazionale. È forse questo il passaggio più affascinante. Nel corso dell’Ottocento la figura dell’aristocratico meridionale poteva ancora essere legata alla terra, al titolo e alla proprietà. Ma il nuovo secolo introduceva un’altra forma di prestigio: la politica. Uno dei protagonisti di questa trasformazione fu Pasquale Atenolfi. Nato nel 1826, appartenente alla famiglia dei marchesi di Castelnuovo, Pasquale entrò nella vita politica durante gli anni tumultuosi che avrebbero condotto all’Unità d’Italia. L’Archivio storico del Senato ricorda la sua nomina a senatore del Regno il 15 novembre 1871 e conserva una commemorazione parlamentare che ne ricostruisce l’attività pubblica. La sua biografia è quasi un ponte fra due Italie. Nel 1848, ancora giovane, partecipò ai moti risorgimentali. Nel 1860 fu coinvolto nelle vicende che accompagnarono la caduta del Regno delle Due Sicilie e il processo di annessione. Nel 1861 entrò alla Camera dei deputati come rappresentante del collegio di Vallo della Lucania. Dieci anni dopo arrivò al Senato. La banca dati del Senato conferma sia l’elezione di Atenolfi alla Camera nel 1861 per il collegio di Vallo della Lucania sia la sua successiva nomina a senatore nel 1871. È difficile non vedere, in questa parabola, il passaggio di un’intera classe dirigente meridionale. L’antico prestigio familiare non scompare. Si trasforma. Il 1860 rappresenta uno spartiacque. La spedizione dei Mille, la caduta del Regno delle Due Sicilie, l’ingresso di Garibaldi a Napoli e il successivo processo di annessione al Regno di Sardegna — destinato a trasformarsi nel Regno d’Italia — sconvolsero gli equilibri del Mezzogiorno. La documentazione parlamentare relativa a Pasquale Atenolfi ricorda il suo ruolo nelle vicende del 1860 e nel processo che condusse al plebiscito per l’annessione. Una recente ricostruzione storiografica dedicata a Castelnuovo Cilento riferisce inoltre del rapporto di Atenolfi con Giuseppe Garibaldi e Liborio Romano e della sua partecipazione alla delegazione di patrioti meridionali che incontrò Vittorio Emanuele II. Ma la grande storia, per chi viveva in provincia, non arrivava soltanto attraverso i giornali. Arrivava sulle strade. Nei municipi. Nelle piazze. Nei rapporti tra proprietari e contadini. Nelle discussioni sui confini delle terre. Nelle amministrazioni comunali. E persino nelle fontane. Il cambiamento politico diventava così una trasformazione concreta della vita quotidiana.
È significativo che ancora oggi gli archivi conservino tracce materiali della presenza Atenolfi nel territorio. Una pubblicazione dell’Archivio di Stato di Salerno relativa alla cartografia delle perizie del Tribunale civile di Salerno tra il 1813 e il 1865 registra, per esempio, nel 1854 una verifica dei confini fra proprietà rustiche e immobili degli Atenolfi a Castelnuovo. Una semplice carta catastale può sembrare poca cosa. In realtà racconta moltissimo. Racconta la terra. Racconta i confini. Racconta i proprietari. Racconta i rapporti economici. Racconta, soprattutto, una società nella quale la proprietà fondiaria costituiva ancora uno degli elementi fondamentali del potere. Ed è proprio osservando questi documenti che il racconto genealogico può trasformarsi in storia sociale. Non più soltanto: “chi erano gli Antinolfi?” Ma: “che cosa significava essere Antinolfi nel Mezzogiorno dell’Ottocento?” La risposta non può essere univoca. Le fonti mostrano una famiglia collocata, in diversi rami e momenti, all’interno dei ceti dirigenti locali, con legami con la proprietà, la vita amministrativa e la politica. Ma mostrano anche qualcosa di più. La commemorazione ufficiale pronunciata al Senato dopo la morte di Pasquale Atenolfi nel 1908 descrive una lunga attività pubblica tra Cava dei Tirreni, Vallo della Lucania, Salerno e Napoli, ricordandone l’impegno amministrativo, le opere benefiche e le attività di assistenza. È naturalmente una fonte celebrativa — e come tale deve essere letta — ma proprio per questo è interessante. Ci racconta come un esponente dell’élite meridionale venisse rappresentato davanti alle istituzioni nazionali. Non soltanto come proprietario. Non soltanto come marchese. Ma come uomo pubblico. È questa forse la trasformazione più significativa dell’Ottocento. Il titolo non basta più. Il prestigio deve trovare una nuova legittimazione nella politica, nell’amministrazione, nella beneficenza, nella rappresentanza parlamentare.
Gli Antinolfi e gli Atenolfi dell’Ottocento sembrano così vivere sulla soglia di due epoche. Alle loro spalle c’è il mondo dei feudi, dei titoli, delle antiche famiglie e della proprietà fondiaria. Davanti a loro c’è l’Italia moderna. Una società nella quale il Parlamento sostituisce progressivamente le antiche istituzioni rappresentative del Regno borbonico; nella quale il municipio diventa uno spazio sempre più importante della vita politica; nella quale l’identità familiare deve confrontarsi con quella nazionale. Pasquale Atenolfi rappresenta emblematicamente questo passaggio. Nato in un mondo ancora borbonico, diventa deputato del nuovo Regno d’Italia e successivamente senatore. Il suo percorso personale sembra dunque racchiudere, in una sola biografia, la metamorfosi di un’intera classe dirigente meridionale.

C’è tuttavia un rischio quando si racconta la storia di un casato: guardare soltanto verso l’alto. Verso i marchesi. Verso i palazzi. Verso i parlamentari. Verso gli stemmi. E dimenticare le persone che vivevano intorno a quei palazzi. La storia degli Antinolfi si svolse infatti dentro una società composta da contadini, artigiani, maestri, commercianti, ecclesiastici, amministratori e piccoli proprietari. A Castelnuovo, ad esempio, la memoria storica locale conserva anche il conflitto fra la popolazione e la famiglia dei marchesi Atenolfi intorno alla questione degli usi civici e delle terre. Una recente ricerca dedicata alla storia sociale del paese documenta proprio questo intreccio fra potere signorile, proprietà e rivendicazioni della popolazione. Ed è qui che la storia diventa più complessa. Una famiglia può essere protagonista dello sviluppo di un territorio e, nello stesso tempo, trovarsi al centro delle tensioni sociali che quel territorio attraversa. Non c’è contraddizione. È la storia.
Se si osservano insieme Cava, Solofra, Castelnuovo, Vallo, Salerno e Napoli, emerge una geografia sorprendente. Gli Antinolfi e gli Atenolfi non appaiono come una realtà immobile. Si muovono. Costruiscono. Possiedono. Amministrano. Si imparentano. Partecipano alla vita pubblica. Attraversano la fine dell’antico regime e l’affermazione dello Stato nazionale. Il loro percorso è, in questo senso, profondamente meridionale. Perché il Mezzogiorno dell’Ottocento non fu una terra immobile, come talvolta una certa narrazione stereotipata ha voluto rappresentarlo. Fu invece una società attraversata da cambiamenti profondissimi: politici, economici, culturali e sociali. E le antiche famiglie dovettero imparare a vivere dentro questi cambiamenti. Alcune scomparvero. Altre si trasformarono. Altre ancora riuscirono a trasferire nel nuovo mondo parte dell’antico prestigio. Gli Atenolfi appartengono a questa storia di trasformazione. Forse è possibile raccontare l’intero Settecento e Ottocento degli Antinolfi attraverso tre immagini. La prima è la pietra. Quella della Fontana dei Quattro Leoni di Solofra, realizzata nel 1733 da Nicola e Arcangelo Antinolfi. La seconda è la terra. Quella dei possedimenti, dei confini, delle mappe e delle proprietà che gli archivi continuano a restituire alla memoria. La terza è la politica. Quella di Pasquale Atenolfi, che dall’universo della nobiltà meridionale approdò alla Camera dei deputati e poi al Senato del Regno. Pietra. Terra. Politica. Tre parole che possono sembrare lontanissime. E invece raccontano perfettamente una società.
Quando si percorrono oggi le strade di questi paesi, è facile che il passato sembri lontano. Un nome scolpito su una fontana. Un’antica villa. Una torre. Un documento conservato in un archivio. Una carta catastale ingiallita. Un cognome riportato in un vecchio registro. Sono frammenti. Ma la storia è fatta proprio di frammenti. E il compito di chi la racconta non è trasformarli in una leggenda, bensì ricomporli con pazienza. La vicenda degli Antinolfi nel Settecento e nell’Ottocento è, in fondo, la storia di una famiglia che attraversa uno dei periodi più tormentati e affascinanti della storia meridionale. Dal mondo delle antiche appartenenze a quello delle nuove istituzioni. Dalle maestranze di Cava alle opere di Solofra. Dalle terre del Cilento alle amministrazioni cittadine. Dai palazzi della nobiltà alle aule parlamentari. E dentro questo lungo passaggio rimane una domanda che forse vale più di qualsiasi genealogia: che cosa significa, davvero, appartenere a una famiglia quando il mondo intorno a quella famiglia cambia? La risposta non si trova soltanto negli stemmi. È nelle pietre che ancora resistono. Nelle terre che hanno conservato i nomi. Nei documenti che gli archivi hanno salvato. E soprattutto nelle comunità che, generazione dopo generazione, hanno continuato a pronunciare quei nomi. Perché un casato non è soltanto ciò che eredita. È anche ciò che lascia.

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