Il Papa: nazionalismi e individualismo sgretolano il “noi”, diversità è ricchezza

Immagine di repertorio 2013

Il Messaggio di Francesco per la 107.ma Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato che si celebra il 26 settembre: “Per la Chiesa, l’incontro con lo straniero terreno fecondo per sviluppare ecumenismo e dialogo interreligioso”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

In un’epoca in cui “i nazionalismi chiusi e aggressivi e l’individualismo radicale sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa”, Papa Francesco sogna, nel suo Messaggio per la 107.ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, un “futuro a colori”. Un futuro, cioè, in cui la Chiesa sia “sempre più inclusiva” verso migranti e rifugiati di altre confessioni per sviluppare il dialogo ecumenico e interreligioso, e in cui il mondo sia “arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali” e le frontiere si trasformino in “luoghi privilegiati d’incontro”.

Il Papa indica questo duplice cammino ai “membri della Chiesa cattolica” e a “tutti gli uomini e le donne del mondo”, per scongiurare un rischio che aggraverebbe maggiormente le sorti dell’umanità già piagata dalla pandemia. E cioè che, “passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica”.

Un cammino comune in un mondo in crisi

Francesco rivela questa sua inquietudine – già espressa nell’enciclica Fratelli tutti – all’incipit del Messaggio, firmato a San Giovanni in Laterano il 3 maggio, festa dei santi apostoli Filippo e Giacomo. A tale preoccupazione il Pontefice accompagna un desiderio: “Che alla fine non ci siano più ‘gli altri’, ma solo un ‘noi’”. Ed è proprio il “noi” il filo conduttore del documento papale dal titolo “Verso un noi sempre più grande”, scelto – spiega lo stesso Pontefice – per “indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo”.

Il “noi” voluto da Dio oggi ferito e sfigurato

Un mondo, che con l’emergenza sanitaria attraversa uno dei momenti di maggiore crisi, in cui “il noi voluto da Dio” sembra essersi “rotto e frammentato, ferito e sfigurato”. “I nazionalismi chiusi e aggressivi e l’individualismo radicale sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa”, denuncia Papa Francesco. “Il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali”.

In realtà “siamo tutti sulla stessa barca”, ribadisce il Papa, richiamando le parole elevate al Cielo nella preghiera per la fine della pandemia del 27 marzo 2020, in una Piazza San Pietro deserta. “Siamo tutti sulla stessa barca” e, proprio per questo, “siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità”.

Una Chiesa sempre più inclusiva

Ai cattolici, il Vescovo di Roma chiede di “essere sempre più fedeli al loro essere cattolici”. “La cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi. Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza”, scrive. “Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia”.

Curare chi è ferito, senza pregiudizi e paure

Concretamente, spiega il Pontefice, bisogna impegnarsi, “ciascuno a partire dalla comunità in cui vive”, affinché “la Chiesa diventi sempre più inclusiva” e possa di conseguenza “uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti”. “Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza”, dice Francesco. “L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente”.

Lasciarsi arricchire dalla diversità

Lo stesso spirito inclusivo, il Papa lo invoca per il mondo: “Ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso”, è il suo appello. Il futuro della società che Francesco prefigura è un futuro “a colori”, “arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali”. Ma perché questo non resti, appunto, solo un sogno “dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace”. “Dobbiamo – insiste il Santo Padre – impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi”. In questa prospettiva, “le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande”.

La cura del Creato, un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri

Non manca, nel messaggio papale, un appello affinché venga “assicurata la giusta cura” al creato, nostra Casa comune. Una missione che tocca a tutti, indistintamente. “A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione”, dice il Papa. “Dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future”. È un impegno “personale e collettivo”, che “si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo”. Un impegno, rimarca Francesco, che “non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso”.

Preghiera: “Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza”

Il Papa conclude il Messaggio con una preghiera:

Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,
la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

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