Il racconto. Il cardinale Miglio e le sue 37 Gmg: «Ci sarò anche a Lisbona»

Il cardinale Arrigo Miglio, allora arcivescovo di Cagliari, alla Gmg di Panama nel 2019

Prima da assistente scout e sacerdote, poi da vescovo e ora in Portogallo da cardinale: l’arcivescovo emerito di Cagliari e amministratore apostolico di Iglesias ripercorre la storia delle Giornate

di Mario Girau

Prima da assistente nazionale scout, poi da vescovo, nell’agosto 2023 da cardinale e amministratore apostolico della diocesi di Iglesias, Arrigo Miglio a Lisbona parteciperà alla sua 37ª Gmg.

Eminenza, da educatore e accompagnatore dei ragazzi sembra che non si stanchi mai della Gmg. È così?

È proprio vero, finora non mi sono ancora stancato delle Gmg. Ho iniziato, non senza qualche titubanza, col partecipare alla Gmg di Buenos Aires nel 1987, la prima dopo quella iniziale di Roma. Accompagnavo una delegazione Agesci. Avevamo avuto nell’84 il Giubileo straordinario dei giovani, nell’ambito del Giubileo della Redenzione 1983; successivamente nell’85, anno internazionale della gioventù proclamato dall’Onu, si tenne a Roma un raduno internazionale dei giovani, chiamato in seguito Giornata mondiale della gioventù: erano nate le Gmg!

Quella di Buenos Aires fu un’esperienza indimenticabile e direi unica: un milione di giovani nella Avenida 9 de Julio, una lunga carovana di pullman sgangherati provenienti dal Cile attraverso le Ande con centinaia di giovani senza bagaglio e senza cibo, la veglia del sabato sera davanti a san Giovanni Paolo II.

Per la successiva Gmg dell’89 ci ritrovammo a Santiago de Compostela. Eravamo meno numerosi che a Buenos Aires, ma si sentiva il fermento dell’Europa: dopo pochi mesi sarebbe caduto il Muro di Berlino.

Fu quindi la volta di Czestochowa, nel ’91, con un altro milione di giovani pronti ad accogliere i giovani ucraini e russi, che per la prima volta varcavano la ex cortina di ferro, anch’essi privi di tutto, in una Polonia ancora poverissima: grazie all’efficienza dell’Opera Romana Pellegrinaggi di monsignor Andreatta con il sostegno del cardinale Camillo Ruini, e alla Caritas tedesca, potemmo condividere anche con loro le scorte che erano state portate dall’Italia e dalla Germania.

Quali ricordi di queste tre Gmg da assistente scout?

Le prime tre sono state ciascuna a modo loro una prima volta, in America Latina, in Europa Occidentale e in Europa Orientale. E il merito principale va sicuramente a san Giovanni Paolo II, per la sua vicinanza ai giovani e per la sua speranza incrollabile, anche quando i segni del cambiamento sembravano ancora lontani. Ma anche le Gmg successive sono state sempre una cosa nuova, in primo luogo per i Paesi scelti: Denver (ricordo il parco geominerario, nulla a confronto delle possibilità che abbiamo in Sardegna), Manila con i 5 milioni di partecipanti alla Messa del Papa (mi portai a casa l’autografo della presidente Cory Aquino), Parigi dove lo scetticismo degli organizzatori fu travolto dalla folla inaspettata di giovani. E poi Roma, nell’anno santo del 2000.

Ma davvero ogni Gmg è una “cosa nuova”?

Il sapore di novità ha accompagnato sempre finora le Gmg, entrando nel terzo millennio, con quella di Toronto, e incontrando le personalità dei successori di san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI a Colonia, a Sydney e a Madrid; Francesco a Rio, a Cracovia e a Panama. Novità anche nello svolgimento del programma: papa Benedetto introdusse l’adorazione eucaristica, dimostrandoci come centinaia di migliaia di giovani erano capaci di stare in silenzio e di fare esperienza profonda di preghiera. Altro passo importante fu una migliore organizzazione del sacramento della Riconciliazione, con spazi più ampi, “confessionali” adatti al colloquio, presenza continua di preti e vescovi disponibili ad accogliere i giovani. Guardando indietro, vedo così un lungo pellegrinaggio di giovani e di educatori che ha attraversato i vari continenti (noterete che per ora manca l’Africa): abbiamo conosciuto da vicino popoli e culture, colori sempre nuovi delle opere di Dio, ma anche soprattutto le continue novità dello Spirito che “rinnova la faccia della Terra”, come dice il salmo, e soprattutto ci apre gli occhi sulla vita sempre nuova che il Signore ci dona.

Gmg da prete, Gmg da vescovo, Gmg da “catechista”. Come ha vissuto personalmente queste tre dimensioni/ruoli?

Partecipando alle Gmg da prete ero impegnato sia con lo scautismo, che viveva anch’esso una esperienza nuova, condivisa con vari gruppi scout di altre nazioni, sia con l’équipe nazionale che curava la partecipazione degli italiani alle Gmg, prima che con gli anni ’90 il Servizio della pastorale giovanile della Cei prendesse in mano una macchina che si faceva sempre più complessa.

Da vescovo, invece?

Da Vescovo fui dapprima impegnato per i vari momenti liturgici che si tenevano per gruppi linguistici, poi da Parigi fino a Panama mi venne chiesto di curare una o più catechesi in italiano. Specialmente nelle Gmg fuori Europa ebbero anche un ruolo arricchente gli incontri con le comunità italiane colà residenti, da Buenos Aires a Toronto a Sydney, ecc. I momenti più impegnativi sono stati certamente quelli delle catechesi, legate al tema proprio di ogni Gmg: impegnativo parlare a gruppi di giovani mai prima incontrati, trovare un linguaggio semplice e concreto, comprensibile e utile per loro. Avevo qualche volta assistito nelle Gmg precedenti a qualche rumorosa benché educata contestazione da parte dell’assemblea dei nostri giovani nei confronti di catechesi che si prolungavano un po’ e tendevano a essere accademiche. Inoltre col passare degli anni, ho potuto vedere il cambiamento del mondo giovanile che si presentava alla Gmg e oggi mi rendo conto sempre più della differenza di cultura e di linguaggi delle nuove generazioni rispetto alle precedenti.

Da prete e da vescovo sempre accompagnatore responsabile di gruppi giovanili. Quali emozioni, sensazioni, promesse, impegni leggeva negli occhi dei suoi giovani?

Ho conosciuto gruppi di giovani certamente impegnati in un cammino di fede e di ricerca ma, come dire, non troppo… devoti, nel senso di persone non particolarmente legate da una spiritualità omogenea, come può avvenire nei movimenti. Sempre viva certamente la curiosità di conoscere da vicino Paesi nuovi, senza dimenticare il senso dell’avventura per le sistemazioni di fortuna, veramente spartane, che non sono mai mancate. Le liturgie, le catechesi, il pellegrinaggio a piedi, sono state belle occasioni per compiere un cammino spirituale, che col passare degli anni è diventato nelle diocesi un cammino condiviso anche con chi non era alla Gmg. Il tema di ogni Gmg è passato nella vita dei giovani anche attraverso il logo e l’inno proprio di ogni Giornata; il tema in genere è stato semplice e immediato, evocativo, per dei giovani che sanno tradurlo in segni, gesti, slogan, ecc.

Per far passare il messaggio è decisivo il Papa…

In tutte le Gmg ha sempre avuto un ruolo centrale la parola del Papa e anche alcuni gesti che hanno fatto passare ancor meglio il “messaggio”. Il carisma di san Giovanni Paolo II era straordinario: merita rivedere il suo abbraccio a una giovane africana, a Czestochowa, che si era slanciata verso di lui; ma come dimenticare la serata a Loreto di alcune decine di migliaia di giovani italiani con papa Benedetto, nel 2007, all’Agorà che si tenne a metà strada tra le Gmg di Colonia e di Sydney: tre corposi e articolati interventi fatti “a braccio”, in risposta a tre domande inviategli prima, di fronte a una assemblea silenziosa e attenta, direi incantata dalla chiarezza, dalla profondità e dalla passione trasmesse dal Papa teologo, evidentemente esperto insegnante e comunicatore, un vero maestro. E poi, ancora, la Cinquecento di papa Francesco a Rio, bloccata in mezzo alla folla?

Quelle giornate hanno certamente lasciato un segno personale nel suo animo di cristiano, sacerdote e vescovo. Ma hanno condizionato e influito sulle sue scelte pastorali di prete e vescovo? Come?

Come giovane prete, oltre a seguire gruppi scout, avevo curato per alcuni anni il cammino della pastorale giovanile nella mia diocesi ed erano anni molto vivaci: i primi anni ’70. Mi fu di grande aiuto l’amicizia con la comunità di Taizè, luogo di preghiera, di incontri e di dialogo. Le Gmg mi hanno aiutato a non bloccarmi solo su alcuni schemi e ad aprirmi ancor più al cammino della Chiesa universale: questa mi pare una delle ricchezze che le Giornate ci hanno trasmesso, a me e ai laici collaboratori. Inoltre con le Gmg abbiamo sperimentato un modo nuovo di stare insieme, giovani con gli adulti educatori, sacerdoti inclusi. È quasi un luogo comune dire che un cammino di fede per i giovani e con i giovani è impresa difficile: ogni Gmg mi ha aiutato a crederci, a riprovare, incoraggiato anche dai giovani partecipanti che tornavano motivati e pronti a collaborare: un certo numero non è mai mancato dopo ogni Gmg. Ho capito anche meglio come sia importante la partecipazione di sacerdoti e religiose, insieme, sulla strada con i giovani, accanto a giovani già credenti e ad altri in ricerca di fede e di senso della vita.

C’è un filo logico (o anche più di uno) che lega tutte le 38 Gmg?

Il vero filo logico che ha attraversato tutte le Giornate della gioventù è certamente quello della presenza di Gesù risorto e vivo, vero protagonista della storia che rende possibile far crescere una umanità rinnovata e una civiltà dell’amore; il rapporto personale con Lui e la missione che ognuno di noi riceve da Lui.

Un milione – anche due, cinque a Manila – di giovani insieme molto spettacolo, colore, ma rischio di poca spiritualità?

Era il timore delle prime esperienze, a volte anche una critica preconcetta, un po’ ideologica, che non sa superare alcuni cliché relativi ai giovani o che identifica tutti i giovani con un certo gruppo o gruppi. Era, e forse è ancora, la critica di chi si chiude in un certo intimismo col rischio di dimenticare che il Signore ci chiama ad aprirci, accettarci, confrontarci, per far crescere quel suo corpo che siamo tutti noi. L’esperienza delle catechesi, dei tempi di adorazione, del sacramento della Riconciliazione, delle veglie e delle celebrazioni con il Papa hanno fatto superare la paura di vivere un evento solo di massa e povero di spiritualità. La prova del nove l’abbiamo avuta a Colonia nel 2005, quando papa Benedetto propose l’adorazione eucaristica nella veglia generale del sabato notte: non mancarono i dubbi, ma ebbe ragione lui.

La riuscita di una manifestazione si misura anche dal rapporto costi-benefici. Quali sono i benefici che Lei ha visto nei suoi giovani e nei suoi sacerdoti al rientro dalla Gmg? Che cosa è arrivato dalla Gmg alle parrocchie e alla diocesi?

Intanto le Gmg sono state per un bel numero di giovani un avvicinamento di tipo nuovo alla Chiesa intesa nel senso di Papa, vescovi, Cei, strutture varie. Anche molti cammini vocazionali sono partiti dai terreni di quelle Giornate. Il dono più grande che ho visto è quello di aver aiutato le diocesi a mettere in piedi una Pastorale giovanile diocesana, accanto e insieme a quella di associazioni e movimenti. Avevamo da lungo tempo gli oratori, ma era meno presente un vero e proprio itinerario continuo con un tema e degli appuntamenti regolari anche per chi non era né in Azione Cattolica né in altre associazioni. Questo è avvenuto con le edizioni diocesane della Gmg, ma l’edizione internazionale ha potenziato la capacità di rimettere in moto risorse e persone. È stata anche una buona occasione per coinvolgere meglio un certo numero di preti, oltre agli incaricati ufficiali della pastorale giovanile.

Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, papa Francesco. Tre modi uguali e diversi di stare con i giovani. Ce ne parla?

In san Giovanni Paolo II mi pareva di vedere sempre il don Karol dei campeggi coi giovani sui monti Tatra in Polonia; così lo avevo visto al Campo nazionale Agesci dell’86 e così lo vidi anche nelle Gmg cui ho partecipato. Quando con il Comitato centrale Agesci andammo ad invitarlo per la Route nazionale Comunità Capi del ’97 sfogliò con nostalgia l’album dell’86 e ci disse con uno sguardo che non dimenticherò mai: “Adesso Papa non più giovane!”. Ma poi lo vedemmo ancora “capo campo” a Tor Vergata nel 2000 e, molto più incurvato, a Toronto nel 2002. Di papa Benedetto XVI ho già ricordato la chiarezza e la maestria nel saper parlare ai giovani, toccando le corde profonde del cuore e le domande di sempre che ogni giovane si ritrova dentro. Papa Francesco potremmo quasi definirlo un “provocatore”, uno che incita i giovani a uscire in strada, a farsi sentire, a fare “lìo”, come sovente cerca di ripetere. Nemico dei divani comodi! Uno che dà coraggio, che li prende sul serio e che capisce le loro contestazioni. Così a Rio, nel 2013, ma così anche a Cracovia nel 2016 e a Panama nel 2019. Credo che in molti si attendano da lui a Lisbona una parola forte di ripresa e di ripartenza, dopo gli anni del Covid e di altri virus forse peggiori.

 

Fonte: Avvenire

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