L’ammiraglio analizza la strategia iraniana: l’obiettivo non sarebbe soltanto quello militare, ma soprattutto economico e politico, con lo sguardo già rivolto alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.
di Redazione
(EN24) – Nel conflitto tra Iran e Stati Uniti il campo di battaglia non è rappresentato soltanto dalle basi militari americane nel Golfo Persico. Secondo l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, infatti, la strategia di Teheran punta soprattutto a colpire il consenso interno del presidente Donald Trump, facendo leva sulle conseguenze economiche che una crisi prolungata potrebbe avere sugli elettori americani.
Nella sua analisi, De Giorgi evidenzia come l’Iran sia consapevole dell’impossibilità di sostenere un confronto diretto e prolungato con la superiorità militare degli Stati Uniti. Per questo motivo, la Repubblica Islamica punterebbe a una strategia indiretta, capace di produrre effetti sul piano economico mondiale, mettendo sotto pressione l’amministrazione americana attraverso l’aumento del costo dell’energia, dell’inflazione e delle difficoltà economiche percepite dai cittadini statunitensi.
Secondo l’ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Eventuali limitazioni alla navigazione o anche la sola minaccia di un’interruzione del traffico marittimo sarebbero sufficienti a provocare tensioni sui mercati energetici, con inevitabili ripercussioni sui prezzi dei carburanti e sull’economia globale.
L’ammiraglio sottolinea che il vero bersaglio della strategia iraniana sarebbe quindi il cosiddetto “portafoglio degli elettori MAGA”. L’aumento del costo della vita potrebbe infatti tradursi in un calo del consenso per Donald Trump in vista delle elezioni di metà mandato, rendendo la pressione economica uno strumento più efficace di un semplice attacco alle installazioni militari americane.
Nell’analisi di De Giorgi emerge inoltre come il confronto tra Washington e Teheran stia assumendo sempre più i contorni di una guerra ibrida, nella quale strumenti economici, geopolitici e psicologici si affiancano alle operazioni militari tradizionali. In questo scenario, la capacità di influenzare i mercati e l’opinione pubblica potrebbe rivelarsi determinante quanto il controllo del territorio o la superiorità delle forze armate.
Per l’ammiraglio, dunque, comprendere le mosse dell’Iran significa guardare oltre il teatro delle operazioni militari: la vera partita si gioca sull’equilibrio economico internazionale e sulla tenuta politica dell’amministrazione statunitense, in una crisi che continua ad avere implicazioni ben oltre il Medio Oriente.

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