Riceviamo e pubblichiamo
di Mauro Antinolfi (libero pensatore)
C’è un giorno, nella storia d’Italia, in cui una terra ancora divisa seppe sentirsi nazione.
È il 13 febbraio 1503.È il giorno della Disfida di Barletta.
All’alba del Cinquecento, la penisola era un mosaico di stati, signorie, repubbliche e regni. L’Italia non era ancora unita sotto una sola bandiera, ma parlava già una lingua comune fatta di orgoglio, ingegno e valore. In quel tempo inquieto, il Regno di Napoli era conteso tra la Francia di Luigi XII e la Spagna di Ferdinando d’Aragona. Con il Trattato di Granada, le due potenze avevano deciso di spartirsi il Sud come si divide una mappa su un tavolo. Ma le mappe non tengono conto dell’anima dei popoli.
Tra battaglie e occupazioni, Barletta divenne presidio strategico, crocevia di eserciti e destino. Fu lì che, durante un banchetto nella celebre “Casa di Veleno”, un ufficiale francese, Charles de Torgues — Guy de la Motte — lasciò cadere parole pesanti come pietre: gli italiani sarebbero stati codardi, incapaci di reggere l’urto della guerra, pronti alla fuga al primo assalto.

(Foto internet, manifesto commemorativo del IV centenario della disfida)
In quell’istante non fu offeso un reparto. Fu offeso un onore. Non fu colpito un manipolo di soldati. Fu colpita un’identità. A difendere il valore degli italiani intervenne Lopez de Ayala, che li aveva guidati in battaglia e ne conosceva la tempra. Ma le parole, quando feriscono, chiedono risposta. E la risposta fu una sfida: tredici contro tredici. Cavalieri francesi contro cavalieri italiani. Non un esercito, non una guerra intera. Solo uomini, faccia a faccia con il proprio destino.
Per l’Italia — che ancora non si chiamava così, ma già lo era nel cuore — si mossero i fratelli Colonna. E al centro di quella vicenda si levò la figura di Ettore Fieramosca, nobile capuano, soldato di ventura, uomo d’armi e di fede. Attorno a lui si raccolsero i migliori combattenti del tempo. Non combattevano per una capitale, né per una corona unica. Combattevano per qualcosa di più profondo: la dignità di essere italiani. Ad Andria, nella cattedrale, i tredici si inginocchiarono. La messa fu solenne. Le parole pronunciate risuonarono come un giuramento inciso nella pietra: “Vittoria o morte.” Non era retorica. Era consapevolezza. Chi scende in campo per l’onore non prevede ritorni facili.
Il 13 febbraio 1503, nella pianura tra Andria e Corato, il terreno fu delimitato sotto lo sguardo di giudici italiani e francesi. Era un campo chiuso, ma simbolicamente vastissimo: lì dentro si giocava la reputazione di un popolo intero.
I francesi entrarono per primi, aggressivi, sicuri, lancia in resta. Era la forza dell’abitudine alla vittoria. Gli italiani li osservarono avanzare, compatti, disciplinati. Non c’era arroganza nei loro occhi, ma una calma determinazione: la consapevolezza di chi sa che non può fallire.
La carica francese fu violenta, ma si infranse contro la fermezza italiana. Le lance si spezzarono. Le distanze si accorciarono. Subentrarono spade e scuri. Per quindici minuti la pianura fu un turbine di ferro e polvere. Due italiani vennero disarcionati. Ettore de Pazzis si rialzò e continuò a combattere a piedi, colpendo i cavalli nemici. In quel gesto c’è tutta l’essenza del soldato: cadere e rialzarsi, non per orgoglio personale, ma per non tradire il giuramento.
I francesi, disordinati, persero coesione. Gli italiani mantennero la linea, la disciplina, la fratellanza d’armi. Non combattevano come individui isolati, ma come parte di un’unica volontà. Era questa la loro forza. La vittoria fu netta.
Alcuni francesi si arresero, altri furono catturati. Uno cadde sul campo. E mentre il silenzio tornava sulla pianura, non era soltanto una disfida a essere stata vinta. Era stata ristabilita una verità: il valore non si misura con la superbia, ma con il sacrificio.
Il giorno seguente, nella cattedrale di Barletta, si celebrò una messa di ringraziamento. I cavalli e le armi degli sconfitti divennero premio, ma il vero trofeo era invisibile: la certezza che, pur in un’Italia frammentata, esisteva un sentimento comune capace di unire uomini di città diverse sotto un unico ideale.
La Disfida di Barletta non cambiò da sola il corso delle guerre d’Italia. Ma accese una scintilla. Dimostrò che, prima ancora dell’Unità politica, esisteva un’unità morale. Tredici uomini seppero incarnarla.
Oggi, nel ricordare quel 13 febbraio, non celebriamo soltanto un episodio cavalleresco. Celebriamo lo spirito del soldato italiano: disciplinato ma ardente, ferito ma tenace, orgoglioso ma capace di sacrificio. Uno spirito che, nei secoli, avrebbe attraversato battaglie e confini, mantenendo intatta la stessa promessa.
Perché in quella pianura pugliese, più di cinque secoli fa, tredici lance scrissero una pagina che ancora oggi parla al cuore dell’Italia.
Caprioli di Pisciotta (SA) 13 febbraio 2026

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