Nella superlega dei ricchi perde solo lo sport

CHE MONDO CORRE
Il calcio che nessuno vuole

di Gaetano Vallini

I soldi, i troppi soldi, finiscono spesso per rovinare tutto. Anche le cose più belle. Perché i soldi, la possibilità di poter comprare tutto o quasi, sono il contrario dei sogni. I soldi si contano con le mani, sono freddi, riempiono asettici bilanci e conti bancari; i sogni invece, nell’apparente fragilità delle cose immateriali, sono più potenti, alimentano la fantasia, smuovono emozioni, nutrono speranze.

Che i soldi avrebbero rovinato anche il mondo del calcio lo si era capito da tempo, dai primi acquisti di calciatori a cifre sconsiderate alla dittatura delle tv a pagamento. Ormai per le società calcistiche i tifosi allo stadio sono solo una cornice — in tempo di pandemia lo si è capito chiaramente — perché i soldi veri arrivano dai diritti televisivi.

Chi ancora si illudeva, più per caparbietà che per convinzione, si deve ora arrendere definitivamente. L’esile legame che ancora esisteva tra il calcio di oggi e quello di una volta si è definitivamente spezzato.

Il progetto di costituire una superlega continentale di club prestigiosi, vincenti e soprattutto ricchi si è concretizzato.

Ne aveva parlato già nel 2009 Florentino Pérez, il presidente del Real Madrid, dopo l’ennesima stratosferica campagna acquisti dei galácticos — era l’anno in cui arrivarono nientemeno che Cristiano Ronaldo e Kakà — ma adesso si è passati ai fatti, con l’annuncio ufficiale: dodici club, autoproclamatisi i migliori, finanziati da una grande banca internazionale d’affari, disputeranno un loro campionato, la Superlega europea.

Che per la verità di europeo ha pochissimo, visto che hanno aderito, per ora, i club di tre sole nazioni: Spagna, Inghilterra e Italia. Mancano, tra le altre, le squadre tedesche e francesi. Hanno detto no a questa vergogna. Ed è significativo che non ci sia la detentrice della Uefa Champion’s League, il Bayern Monaco.

Mentre tutto lo sport minore è stato costretto a interrompere ogni attività durante questi mesi di drammatica pandemia, il calcio professionistico ha trovato il modo di continuare a fare spettacolo. Un segno di normalità da offrire a una società stremata?

Più che altro la necessità di non perdere i proventi delle pay tv. Denaro vitale per pagare contratti stratosferici. E se questa è la gallina dalle uova d’oro perché non sfruttarla il più possibile? La Superlega non è altro che questo: un modo poco elegante, anzi decisamente cinico, per fare più soldi.

Più che un circolo esclusivo — con i migliori che giocano sempre contro i migliori — quello appena presentato appare come un gruppo escludente, laddove invece il calcio, in quanto sport, dovrebbe praticare l’inclusione come uno dei suoi valori cardine.

Ma nell’ambiente sportivo, nel calcio professionistico in particolare, parlare di valori ai livelli alti sembra sempre più un mero esercizio di retorica piuttosto che l’espressione di un modo di vivere lo sport. Parole vuote in un mondo in cui concetti come sano agonismo, rispetto per l’avversario, integrazione, integrità, lealtà sembrano relegati ai gradini più bassi.

Ed è già tanto se gli allenatori-educatori riescono a insegnarli ai più piccoli, che proprio nel calcio stellare vedono i loro idoli, il compimento dei loro sogni appunto. Quei piccoli ai quali si dovrebbe insegnare anche il valore di una sconfitta.

Una lezione che — con le parole di Papa Francesco in un’intervista alla «Gazzetta dello Sport» — oggi andrebbe ricordata a chi vuole solo vincere, sul campo e fuori: «La vittoria contiene un brivido che è persino difficile da descrivere, ma anche la sconfitta ha qualcosa di meraviglioso.

Per chi è abituato a vincere, la tentazione di sentirsi invincibili è forte: la vittoria, a volte, può rendere arroganti e condurre a pensarsi arrivati. La sconfitta, invece, favorisce la meditazione: ci si chiede il perché della sconfitta, si fa un esame di coscienza, si analizza il lavoro fatto. Ecco perché, da certe sconfitte, nascono delle bellissime vittorie: perché, individuato lo sbaglio, si accende la sete del riscatto».

Menomale che, oltre ai club di altre nazioni e alla Uefa, contro il progetto della superlega si sono schierati federazioni e governi nazionali di molti Paesi europei, anche di quelli che hanno società tra i fondatori del nuovo club dei ricchi. E sarebbe un bel segnale se anche i tifosi di quelle squadre si facessero sentire, per esempio “dimettendosi da tifosi” e “spegnendo” le tv.

L’auspicio è che si trovi il modo di fermare questo sconsiderato tentativo, il quale, oltre a spazzare via anche quel poco ancora rimasto di credibile nel mondo del calcio, rischia di fare danni incalcolabili a tutto il movimento, compreso quello professionistico, visto il presumibile minore interesse per i campionati nazionali e le coppe europee, che di fatto sarebbero menomati.

A chi ancora si entusiasma per la prodezza di un campione, che ancora si esalta per l’inaspettata impresa di una “piccola” squadra capace di battere una “grande” o addirittura di vincere un trofeo; a chi un po’ più in là con l’età ricorda campionati epici e combattuti fino all’ultima giornata, calciatori che erano le bandiere di una squadra, società guidate da presidenti che prim’ancora erano tifosi; a chi il calcio oggi lo subisce per abitudine senza più emozionarsi; ecco, soprattutto a loro questa decisione priva di stile non va giù. Ma chissà, forse sono proprio loro quelli che potrebbero persino entusiasmarsi per un campionato senza i soliti noti a dettar legge.

 

fonte: L’Osservatore Romano

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