Dalla sede Storia e Istituzionale del Casato
Caprioli di Pisciotta – Anche quest’anno, il passo cadenzato dei cavalieri ha battuto il tempo della devozione. Sotto un cielo di maggio che sembrava benedetto apposta, la Cavalleria Angelica del Casato Antinolfi ha rinnovato il patto con la tradizione: scortare il Cero di San Michele da Polvica di Nola fino all’eremo di Palombara, lassù dove i Monti del Fellino sfiorano il cielo. Non è solo una processione. È un filo d’oro che cuce insieme secoli, anime e terra.
Tutto comincia nella penombra raccolta della Chiesa di San Vincenzo Ferreri. Domenica, come ogni domenica più vicina all’8 maggio. L’aria odora di incenso e di cera d’api. Le mani dei fedeli si stringono attorno a un cero alto, bianco, immacolato: un voto che prende forma. Il parroco alza la mano, l’acqua santa cade e il silenzio si fa preghiera. Da quell’istante il cero non è più solo cera. È promessa, è gratitudine, è richiesta di protezione contro le tempeste della vita e della storia.
Poi le porte si aprono. La luce di Polvica invade la navata e fuori, ad attenderlo, ci sono loro: i cavalieri del Casato Antinolfi, mantelli al vento, sguardi fieri. La Cavalleria Angelica non sfila. Accompagna. Scorta un frammento di sacro lungo i sentieri che si arrampicano verso il Santuario di San Michele Arcangelo a Palombara, cuore di pietra del Parco Regionale del Partenio. Il pellegrinaggio è lento, perché la fede non corre. Sale. Tra ginestre in fiore e querce che hanno visto mille maggio, il corteo si allunga come un rosario vivente. Ci sono i passi degli anziani che ricordano le voci dei padri, le risate dei bambini che raccolgono sassi come reliquie, e il respiro dei cavalieri che sembra scandire un’Ave Maria.
Ogni passo che batte sulla terra è un verso. Ogni refolo di vento tra le fronde è una strofa. San Michele, l’Arcangelo guerriero, difendeva queste contrade dalle calamità: dalla peste, dalla carestia, dal buio. Oggi difende la memoria. Difende il senso di comunità che nessun algoritmo potrà mai scalfire.
Quando il Santuario appare, aggrappato alla roccia come un nido di aquile, il tempo trattiene il fiato. La Messa ha il sapore delle cose eterne. E lì, davanti all’altare, il cero viene consegnato. Una fiamma offerta a chi brandisce la spada di luce contro il male. È il momento in cui Polvica abbraccia il suo Santo, e il Santo abbraccia Polvica.
Il Casato Antinolfi, fedele custode di questo rito, ha voluto ancora una volta esserci. E il ringraziamento va al Principe Flaviano I, che ha rappresentato il Casato nella solenne cerimonia. La sua presenza non è formalità: è continuità, è radice che si fa futuro. Perché alcune tradizioni non si ereditano, si scelgono. Ogni anno, di nuovo.
Mentre il sole cala dietro i monti e le ombre si allungano, resta accesa una certezza: finché ci sarà un cero da benedire, finché ci saranno cavalieri a scortarlo e fedeli a seguirlo, Polvica di Nola non sarà mai sola. Avrà San Michele a difenderla, e la bellezza di un rito che trasforma il cammino in poesia, e la fede in romanzo d’amore con la propria terra. E anche quest’anno, il miracolo si è compiuto: un paese intero ha camminato insieme, tenendo per mano una fiamma.

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