Tra Capua e Kiev: l’altalena della memoria. Un’eredità tra due mondi, due dinastie e una sola responsabilità.

 Dalla sede  Storica e Istituzionale del Casato

Caprioli di Pisciotta (SA) –  C’è un giorno, nella vita di un uomo, nel quale il passato sembra improvvisamente incontrare il presente. Per me quel giorno fu il 29 agosto 2017. Fino ad allora avevo trascorso gran parte della mia esistenza al servizio dello Stato, avevo studiato, ricercato le mie radici e approfondito la storia del Casato Antinolfi. Ma in quella data la mia vicenda personale e quella della tradizione dinastica che rappresentavo entrarono in una dimensione nuova. A Kiev fui adottato con una formula definita adozione internazionale, d’onore e araldica da Anton Romanov Rurikovitch Cazarevtche XI appartenente alla tradizione dinastica della Rus’ di Kiev e come discendente della linea imperiale russa. Per me non fu soltanto un documento. Fu un incontro tra due memorie. Da una parte, la memoria del Casato Antinolfi che fa capo agli antichi principi Atenolfo di Capua e Benevento. Dall’altra, la memoria della Rus’ di Kiev, culla storica della tradizione politica e dinastica russa medievale. Due mondi lontani sulla carta. Ma entrambi legati da una stessa parola: dinastia. Quando si pronuncia il nome Kiev, non si pronuncia soltanto il nome di una città. Si evoca una delle grandi matrici della storia dell’Europa orientale. La Rus’ di Kiev rappresentò, tra il Medioevo e l’età moderna, uno dei grandi centri politici e culturali dell’Europa orientale. La tradizione dinastica Rurikide avrebbe attraversato nei secoli il Principato di Kiev, le realtà di Galizia-Volinia, Vladimir-Suzdal’, il Granducato di Mosca e, attraverso complesse trasformazioni storiche, la successiva tradizione imperiale russa. Non considero quel passaggio una cancellazione delle mie origini. Al contrario. Lo considero un intreccio di memorie. Il nome Antinolfi non scompare. Si aggiunge una nuova pagina. La parola adozione può trarre in inganno se la si legge soltanto con gli occhi del diritto familiare contemporaneo. Nel contesto nel quale viene presentata viene qualificata come adozione internazionale, d’onore e araldica, e viene collegata a prerogative e riconoscimenti di carattere dinastico. È dunque una vicenda che appartiene soprattutto alla dimensione araldica, genealogica e dinastica. Per questo quel giorno lo vissi come una responsabilità. Essere accolto in una tradizione significa anche assumersi il compito di custodirla. Un titolo, da solo, non costruisce una persona. È la persona che deve dimostrare di essere degna del nome che porta. E questa è una convinzione che avevo già imparato nell’Arma dei Carabinieri. La divisa mi aveva insegnato che il grado non è un privilegio. È un dovere. Il 2017 mi insegnò che anche la memoria dinastica può essere vissuta nello stesso modo.

Talvolta la storia sembra costruire ponti che nessun uomo avrebbe potuto progettare. Da una parte c’è Atenolfo, principe di Capua e Benevento, protagonista della storia longobarda dell’Italia meridionale. Dall’altra c’è la tradizione dei Rurikidi, legata alla Rus’ di Kiev e alla storia politica dell’Europa orientale. In mezzo ci sono più di mille anni. Eppure queste due tradizioni vengono idealmente a incontrarsi nella mia persona. Da quel momento la mia identità pubblica non è stata più soltanto quella dell’uomo che porta il cognome Antinolfi. È diventata anche quella di colui che si sente chiamato a custodire e rappresentare una memoria più ampia. Una memoria che dal Mezzogiorno d’Italia guarda verso Oriente.

Negli anni successivi, questa vicenda viene accompagnata da ulteriori atti e decisioni. Come il riconoscimento attraverso tre sentenze arbitrali, depositate presso il Tribunale Ordinario di Lagonegro e pubblicate nel Bollettino Ufficiale della Regione Basilicata.

Oltre a sentenze emesse da tribunali ecclesiastici e varie  registrazioni in  ambito araldico. Per me, tuttavia, il valore di questi documenti non risiede soltanto nelle formule giuridiche o araldiche. Risiede nella memoria che rappresentano. Ogni documento è una fotografia di un momento. Ogni sentenza è una pagina di storia. Ogni registrazione è una traccia. E tutte insieme costruiscono quella che considero la storia contemporanea del Casato. A volte penso che l’Altalena che rappresenta il Casato non avrebbe potuto avere un significato più appropriato. Perché l’altalena si muove continuamente tra due punti. E anche la mia storia, dopo il 2017, sembra muoversi tra due estremi: Capua e Kiev. L’Italia meridionale e l’Europa orientale. Il mondo longobardo e la Rus’ medievale. Atenolfo e Rurik. Il passato e il presente. E io, nel mezzo. Non come colui che pretende di cambiare la storia. Ma come colui che sente la responsabilità di raccontarla. Quel 29 agosto non cambiò il mio nome. Cambiò, piuttosto, il significato che attribuivo alla responsabilità di portarlo. Perché da quel momento sentii ancora più forte il dovere di studiare. Di conservare. Di raccontare. Di trasmettere. Non soltanto la storia degli Antinolfi, ma anche quella delle tradizioni dinastiche con le quali il Casato era entrato in rapporto. La storia non è un trofeo. È una responsabilità. E chi riceve una memoria ha il compito di consegnarla a chi verrà dopo. Ripensando alla mia vita, mi accorgo che il 2017 non fu una rottura. Fu una continuità. Prima avevo servito lo Stato. Poi avevo cominciato a servire la memoria. Prima avevo difeso persone e comunità. Poi avevo sentito il dovere di difendere la conoscenza delle mie radici.

Prima avevo indossato una divisa. Poi avevo ricevuto un’eredità simbolica. Due esperienze apparentemente lontane. In realtà unite da una stessa parola: onore. Ed è per questo che considero l’adozione del 2017 una delle pagine più importanti della mia vita. Non perché abbia cancellato ciò che ero. Ma perché ha aggiunto un nuovo capitolo a ciò che sono diventato. Oggi, quando guardo il simbolo dell’Altalena, penso anche a questo. Atenolfo appartiene alla memoria della Campania. La Rus’ di Kiev appartiene alla memoria dell’Europa orientale. Il mio percorso li ha messi in relazione attraverso una vicenda dinastica. E allora comprendo ancora una volta che la storia non è fatta soltanto di confini. È fatta di incontri. Di persone. Di nomi. Di documenti. Di tradizioni. Di memorie che passano da una generazione all’altra. La mia vita è stata questo. Un viaggio. Una ricerca. Un servizio. E, infine, un ponte. Quando penso a quel giorno del 2017, non penso soltanto all’adozione. Penso al movimento dell’Altalena. La vedo salire verso Kiev. Poi tornare verso Capua. Sale verso la memoria dei Rurik. Scende verso gli Atenolfo. Sale verso il passato. Scende nel presente. E poi ricomincia. Perché la storia non è mai immobile. È un movimento continuo. E io sono ancora lì. Nel mezzo. Tra due memorie. Tra due mondi. Tra ciò che ho ricevuto e ciò che un giorno dovrò consegnare. Sono figlio della mia terra. Custode di una memoria. E, dal 29 agosto 2017 anche parte di una nuova storia che idealmente unisce Atenolfo alla Rus’ di Kiev. Una storia che non considero conclusa. Perché finché ci sarà qualcuno disposto a ricordare, studiare e raccontare, l’Altalena continuerà a muoversi. E il tempo continuerà il suo viaggio.

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