Acciaio, l’Europa alza il muro: quote ridotte, dazi al 50% e nuova stretta sulle importazioni

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Il Parlamento europeo approva la nuova difesa della siderurgia continentale contro la sovracapacità globale. Dal 1° luglio 2026, salvo l’ultimo via libera del Consiglio, entrerà in vigore un regime più severo. Ma la misura apre anche interrogativi su Ucraina, filiere industriali e rapporti commerciali.

di Redazione

(EN24) – L’acciaio torna al centro della politica industriale europea. Il Parlamento di Strasburgo ha approvato a larghissima maggioranza il nuovo regolamento pensato per proteggere la siderurgia dell’Unione dagli effetti della sovrapproduzione mondiale e dalla pressione crescente delle importazioni. Il testo ha ottenuto 606 voti favorevoli, 16 contrari e 39 astensioni; resta ora la formale approvazione del Consiglio, necessaria prima dell’entrata in vigore prevista per il 1° luglio 2026.

La misura sostituirà l’attuale sistema di salvaguardia, introdotto nel 2018 e in scadenza il 30 giugno 2026. Il cuore del provvedimento è una drastica riduzione delle importazioni esenti da dazi: il tetto annuo sarà fissato a 18,3 milioni di tonnellate, il 47% in meno rispetto ai livelli del 2024. Oltre questa soglia scatterà un dazio del 50%, il doppio dell’attuale 25%. L’obiettivo dichiarato è frenare l’afflusso di acciaio a basso costo e consentire agli impianti europei di recuperare competitività e capacità produttiva.

Bruxelles presenta questa scelta come una risposta a un’emergenza strutturale. Secondo l’Ocse, l’eccesso di capacità produttiva mondiale nel settore siderurgico potrebbe raggiungere 721 milioni di tonnellate nel 2027, un volume superiore di circa 290 milioni di tonnellate all’intera produzione dei Paesi Ocse nel 2024. La stessa analisi segnala che l’espansione dell’offerta, a fronte di una domanda debole, sta comprimendo margini, occupazione e investimenti nella decarbonizzazione.

Il problema, nella lettura europea, non è soltanto commerciale ma strategico. L’acciaio è considerato essenziale per infrastrutture, industria manifatturiera, transizione energetica e difesa. Nel suo Steel and Metals Action Plan, la Commissione aveva già indicato la necessità di una misura di lungo periodo capace di sostituire le salvaguardie in scadenza e di rafforzare il controllo sui flussi commerciali. Lo stesso documento collegava la tutela della produzione europea alla possibilità di sostenere investimenti industriali ad alta intensità di capitale, inclusi quelli necessari per produrre acciaio a minore impatto ambientale.

Un altro pilastro del nuovo regolamento è la regola del “melt and pour”, che stabilisce l’origine dell’acciaio in base al Paese in cui il metallo viene fuso e colato per la prima volta. L’intento è impedire triangolazioni e semplici lavorazioni di facciata in Paesi terzi usate per aggirare dazi o quote. Il Parlamento europeo ha sottolineato che la Commissione dovrà tener conto dell’origine effettiva del materiale anche nell’assegnazione delle quote annuali.

EU climate targets: how to decarbonise the steel industry  - Joint Research Centre

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La stretta non riguarda soltanto la Cina, sebbene il tema della sovrapproduzione cinese resti centrale nel dibattito. Tra i principali fornitori di acciaio dell’Unione figurano anche Turchia, Corea del Sud, Indonesia, India, Ucraina e Taiwan. Questo rende il provvedimento particolarmente delicato, perché rischia di incidere su catene di approvvigionamento consolidate e su partner con cui l’Europa intrattiene relazioni economiche e politiche importanti.

Il caso più sensibile è quello dell’Ucraina. Il regolamento prevede che la sua condizione di Paese candidato all’adesione e la situazione di guerra siano considerate nella definizione delle quote nazionali. Tuttavia Kiev teme un impatto pesante sulle proprie esportazioni siderurgiche verso l’Unione, fondamentali per l’economia del Paese in guerra; l’eventuale riduzione delle quantità esenti da dazi potrebbe tradursi in perdite molto rilevanti per i produttori ucraini.

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Non mancano poi le critiche sul piano economico e commerciale. Alcuni analisti riconoscono la necessità di proteggere il comparto europeo, ma avvertono che una barriera così rigida potrebbe aumentare i costi per le industrie che consumano acciaio — dall’automotive alla meccanica — e inasprire le tensioni con i partner esteri. Il Center on Global Energy Policy della Columbia University osserva che il nuovo schema potrebbe rafforzare la resilienza della siderurgia europea, ma anche alimentare frizioni commerciali e indebolire il rispetto delle regole multilaterali.

Bruegel (centro studi economico indipendente con sede a Bruxelles) ha espresso un timore simile, sostenendo che una protezione troppo aggressiva rischia di incrinare l’immagine dell’Ue come partner commerciale affidabile.

La partita, dunque, va oltre il perimetro della siderurgia. L’Europa sta cercando di difendere un’industria ritenuta fondamentale in un mondo più instabile, segnato da guerre commerciali, concorrenza asiatica e nuove esigenze di sicurezza economica. Ma il punto di equilibrio resta sottile: proteggere le fabbriche senza soffocare le filiere che dipendono dalle importazioni, salvaguardare il lavoro senza aprire una spirale protezionistica, sostenere la transizione verde senza rendere l’industria europea meno competitiva. È in questo incrocio che l’acciaio torna a essere, a tutti gli effetti, una materia politica.

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