Biennale di Venezia, giornata di proteste: corteo pro-Pal, padiglioni chiusi e tensioni con la polizia

Foto da video

Tra Giardini e Arsenale cortei, chiusure simboliche e momenti di tensione con le forze dell’ordine segnano l’inaugurazione, mentre la presenza del padiglione israeliano divide il mondo dell’arte.

di Redazione

VENEZIA — La Biennale d’Arte è diventata teatro di una giornata ad alta tensione politica. L’8 maggio, tra Giardini e Arsenale, le proteste contro la presenza del padiglione israeliano hanno attraversato gli spazi espositivi e le calli vicine, con chiusure simboliche di diversi padiglioni nazionali, un corteo pro-Palestina e uno scontro tra manifestanti e forze dell’ordine.

La mobilitazione ha preso forma nel pomeriggio in via Garibaldi, poco lontano dai Giardini della Biennale. Secondo gli organizzatori i partecipanti erano oltre duemila, mentre la Questura ne ha stimati circa mille. L’area è stata presidiata da agenti in assetto antisommossa e sorvolata da un elicottero, anche in concomitanza con le inaugurazioni dei padiglioni Venezia e Italia.

Il corteo si è mosso lentamente intorno alle 17, con bandiere palestinesi, kefiah, cartelli e slogan contro la presenza di Israele alla Biennale. La protesta è stata sostenuta da collettivi e realtà del mondo culturale e sociale veneziano, tra cui Art Not Genocide Alliance, Biennalocene, Sale Docks e Morion.

Il momento più teso è arrivato quando una parte del corteo ha cercato di avvicinarsi all’Arsenale, dove si trova il padiglione israeliano. Secondo la ricostruzione del Corriere del Veneto, i manifestanti hanno tentato di forzare il cordone della polizia prima di campo della Tana: ne sono seguiti contatti, spinte e manganellate. La manifestazione si è poi conclusa dopo il tentativo di proseguire verso l’ingresso principale dell’Arsenale.

La protesta non si è limitata alla piazza. Diversi padiglioni nazionali hanno chiuso al pubblico in segno di dissenso contro la presenza israeliana. Tra quelli indicati figurano Paesi Bassi, Belgio, Francia, Giappone, Spagna, Svizzera e Austria; il padiglione della Repubblica Ceca sarebbe rimasto chiuso solo nella mattinata.

Nel frattempo, il padiglione di Israele è stato inaugurato in un clima definito “blindatissimo”. L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, ha visitato l’installazione dell’artista Belu-Simion Fainaru, mentre fuori erano presenti agenti in tenuta antisommossa. Nelle stesse ore, un uomo ha lanciato tre pomodori contro il padiglione ed è stato identificato.

Alla protesta ha risposto duramente l’Osservatorio Israele, che ha giudicato “inaccettabile” la chiusura di alcuni padiglioni, sostenendo che il boicottaggio finisca per colpire l’idea stessa della Biennale come spazio internazionale di dialogo culturale.

Nel corso della giornata è intervenuto anche il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che ha definito legittime le proteste finché restano manifestazioni di dissenso, precisando però di non voler alimentare ulteriori polemiche.

A rendere ancora più politico il clima della giornata è stata la presenza del vicepremier Matteo Salvini, arrivato ai Giardini e poi entrato nel padiglione russo. Salvini ha difeso la linea del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, sostenendo che arte e sport dovrebbero restare fuori dai conflitti e dalle logiche di boicottaggio.

La giornata veneziana ha così mostrato una Biennale attraversata da tensioni che vanno oltre l’arte: da un lato l’idea dell’esposizione come luogo di confronto internazionale, dall’altro la richiesta di una presa di posizione netta davanti alla guerra a Gaza e alla presenza del padiglione israeliano. Il risultato è stato un 8 maggio segnato da serrande abbassate, striscioni, presidi di polizia e una domanda rimasta aperta: quanto può essere neutrale uno spazio culturale globale quando il conflitto entra nei suoi padiglioni?

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