Covid in India, dal crollo dei contagi ai tremila morti al giorno: cosa è successo?

A febbraio c’erano meno 10mila positivi al giorno, ieri erano 400mila. Per gli esperti la colpa è della campagna elettorale oltre che dei grandi raduni sportivi e religiosi

di Monica Ricci Sargentini

«In India pochi casi e un’ipotesi: immunità di gregge raggiunta». Era questo il titolo di un articolo pubblicato il 31 gennaio scorso sul Corriere.it. In quel momento i dati sembravano molto incoraggianti: 10.974 positivi e 86 morti in 24 ore in un Paese che conta un miliardo e 340 milioni di abitanti. Una cifra che a febbraio scende al di sotto dei 10mila contagi al giorno. E questo nonostante la vaccinazione di massa non fosse decollata nel Paese che ha in magazzino decine di milioni di dosi e ne può produrre 50 milioni al mese. Tanto che il governo di Nuova Delhi ha spedito 34 milioni di vaccini a una trentina di Paesi, ai più poveri gratuitamente, ad altri su basi commerciali.

Allora i virologi ipotizzavano che il 25% degli abitanti avesse contratto la malattia e che in alcune zone si fosse raggiunta l’immunità di gregge. L’illusione però è durata poco. Già a fine febbraio i contagi hanno ricominciato a salire fino ad arrivare alle cifre incredibili di ieri con 3.523 morti e oltre 400mila contagi in un giorno. Una crescita repentina: in sole due settimane, da fine marzo a metà aprile, il Subcontinente è passato da meno di 15 mila nuovi casi al giorno a oltre 200mila. Come si è potuti arrivare a questa situazione quando soltanto all’inizio di marzo il ministro della Salute indiano, Harsh Vardhan, assicurava trionfalmente che nel Paese la pandemia era «a fine corsa, finita» e citava la leadership di Narendra Modi come un «esempio per il mondo di cooperazione internazionale»?

Le ipotesi sull’andamento dei contagi

Gli esperti elencano tre motivi che possono aver rovesciato il quadro pandemico in maniera così veloce. Il primo è che a fine febbraio è partita una campagna elettorale serrata, con comizi oceanici (e poche mascherine), in vista del voto che sta coinvolgendo 186 milioni di cittadini in cinque stati. Tra questi l’Uttar Pradesh, il più popoloso e tra i più colpiti del Paese. Il 6 aprile, per esempio, 800mila persone hanno assistito in West Bengala a un comizio del premier Modi, e tra loro ben pochi indossavano la mascherina.

Un’altra spinta al dilagare dei contagi è arrivata dai grandi raduni sportivi e religiosi: dalla sfida di cricket tra India e Inghilterra in Gujarat con oltre 130mila tifosi ammassati, per lo più senza mascherina, ai milioni di pellegrini che si immergono nel Gange per il Kumbh Mela: per quasi due mesi e mezzo, con punte di 2,5 milioni di persone confluite in un solo giorno in una sola città, ad Haridwar, nelle date clou.

Il terzo fattore che può spiegare la violenza di questa seconda ondata è la variante indiana anche se le autorità locali tendono a sminuirne la portata, e la scarsità di dati lascia spazio a qualche dubbio. In una ricerca pubblicata il 15 aprile sul sito outbreak.info, la B.1.617 (come viene chiamata) è stata ritrovata nel 24 % degli infetti indiani (test effettuati a campione tra febbraio e marzo) contro il 13 % della variante britannica.

L’invito a vaccinarsi «senza esitazione»

Per correre ai ripari il premier Modi ha esortato la popolazione a «vaccinarsi senza esitazione», cioè «senza ascoltare voci o critiche» riguardo ai vaccini stessi. Finora meno del 2% della popolazione è stata completamente immunizzata contro il Covid-19 e circa il 10% ha ricevuto una singola dose. Una sorta di cambio di marcia per un leader che ha a lungo oscillato tra negazionismo e realismo melodrammatico, come ci ricordano le stazioni del 2020: l’esortazione «al popolo» a suonare le campane o a uscire sui balconi sbattendo pentole in omaggio agli «eroici» operatori sanitari (nel momento in cui il ministero della Sanità esporta i respiratori); la tardiva adozione delle mascherine (29 aprile); e l’invito (19 giugno, due giorni prima della Giornata Nazionale della disciplina) a ricorrere allo yoga ayurvedico e alla sua protezione (il «cerchio di fuoco», o «lo scudo invisibile») contro il patogeno come «invasore», mentre sono ancora lontane prove convincenti sull’efficacia immunologica (via placebo) di quella pratica.

Finora i vaccini governativi sono stati gratuiti e agli ospedali privati è stato permesso di vendere dosi a un prezzo limitato a 250 rupie, circa 3 dollari. Quella pratica ora cambierà: i prezzi per i governi statali e gli ospedali privati saranno determinati dalle aziende di vaccini. Alcuni Stati potrebbero non essere in grado di fornire vaccini gratuitamente poiché pagano il doppio del governo federale per la stessa iniezione e i prezzi negli ospedali privati potrebbero aumentare.

 

fonte: Corriere.it

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