Il Presidente della Repubblica firma la conversione del decreto-legge n. 23 e il decreto correttivo, destinati a entrare in vigore contestualmente. La Camera aveva approvato il testo con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto. Meloni rivendica la linea sulla legalità, mentre le opposizioni parlano di una “pagina buia”.
di Redazione
Il decreto Sicurezza arriva al traguardo finale, ma con una correzione in corsa che racconta tutta la delicatezza politica e istituzionale del provvedimento. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha promulgato la legge di conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, ed ha successivamente emanato il decreto-legge correttivo di alcune disposizioni dello stesso testo. I due provvedimenti entreranno in vigore nello stesso giorno.
Il passaggio al Quirinale chiude una giornata politicamente intensa. La Camera aveva approvato in via definitiva la conversione del decreto con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto, dopo giorni di sedute prolungate, fiducia e una forte opposizione parlamentare. Subito dopo il voto, il Consiglio dei ministri è intervenuto con un decreto correttivo, in particolare sul capitolo dei rimpatri volontari assistiti, tema che aveva suscitato rilievi e tensioni istituzionali.
Il nodo più sensibile riguardava la norma sui compensi agli avvocati impegnati nelle procedure di rimpatrio. Il Quirinale aveva manifestato perplessità sulla disposizione che legava il riconoscimento economico all’esito positivo del rimpatrio, un meccanismo considerato problematico per le possibili implicazioni sul ruolo e sull’indipendenza della difesa. Da qui la necessità di un intervento correttivo parallelo alla promulgazione della legge.
La scelta di Mattarella consente dunque al provvedimento di entrare in vigore, ma segnala al tempo stesso l’esigenza di ricondurre il testo entro un perimetro costituzionalmente più solido. Non una bocciatura complessiva del decreto, ma un intervento mirato su una disposizione giudicata particolarmente delicata. È questo l’equilibrio istituzionale che emerge dalla doppia firma: via libera alla legge, ma insieme al correttivo necessario.
Sul piano politico, la maggioranza rivendica il risultato. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha difeso l’impianto del decreto, sostenendo che la legalità non è negoziabile. Per il governo, il pacchetto sicurezza offre nuovi strumenti contro violenza, degrado, occupazioni abusive, criminalità diffusa e immigrazione irregolare.
Di segno opposto la lettura delle opposizioni, che hanno contestato duramente il provvedimento sia nel metodo sia nel merito. La sinistra parla di una “pagina buia”, denunciando un’impostazione repressiva e un uso eccessivo dello strumento d’urgenza. La maratona parlamentare e il ricorso alla fiducia hanno reso ancora più aspro il confronto, trasformando il decreto in uno dei passaggi politici più divisivi di questa fase.
Il caso del correttivo, inoltre, apre una riflessione sul rapporto tra governo, Parlamento e Quirinale. Il decreto è stato convertito a ridosso della scadenza, mentre il testo correttivo è arrivato immediatamente dopo l’approvazione definitiva. Una procedura formalmente percorribile, ma politicamente significativa, perché mostra quanto il provvedimento sia stato accompagnato fino all’ultimo da rilievi, aggiustamenti e tensioni istituzionali.
Il decreto Sicurezza entra quindi in vigore con una doppia impronta: quella della linea dura rivendicata dal governo e quella della vigilanza costituzionale esercitata dal Capo dello Stato. Resta ora la prova dell’applicazione concreta. Per la maggioranza, il testo dovrà rafforzare la capacità dello Stato di garantire ordine e legalità; per le opposizioni e per molte realtà sociali, il rischio è invece quello di una compressione degli spazi di garanzia e di dissenso.
La partita, dunque, non si chiude con la promulgazione. Si sposta sul terreno dell’attuazione, dei ricorsi, delle prassi amministrative e degli effetti reali sui cittadini. Perché la sicurezza, in uno Stato democratico, non si misura soltanto dalla severità delle norme, ma dalla loro capacità di restare dentro il perimetro dei diritti, delle garanzie e dell’equilibrio costituzionale.

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