Dopo il rogo al locale Le Constellation, la Svizzera chiede il rimborso delle cure prestate ai giovani italiani feriti. Tajani: “È ovvio che non paghiamo”. Le famiglie e i legali parlano di una decisione moralmente inaccettabile, mentre resta aperto il nodo delle responsabilità sui controlli e sulla sicurezza.
di Redazione
La tragedia di Crans-Montana continua a produrre conseguenze dolorose e tensioni diplomatiche. Dopo l’incendio al locale Le Constellation, nel quale rimasero coinvolti diversi giovani italiani, la Svizzera ha chiesto all’Italia il rimborso delle spese mediche sostenute per le prime cure prestate ai feriti. Una richiesta che ha provocato indignazione tra le famiglie, i legali delle parti civili e il governo italiano.
La posizione di Roma è netta. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha escluso che lo Stato italiano possa farsi carico dei costi richiesti dalla Svizzera: “Mi pare che sia ovvio che non paghiamo”, ha affermato, ribadendo che non esiste alcuna responsabilità italiana nella vicenda. Per il titolare della Farnesina, la responsabilità va cercata in chi gestiva il locale e in chi avrebbe dovuto effettuare o disporre i controlli di sicurezza.
Il caso riguarda le cure d’urgenza prestate dall’ospedale di Sion ad alcuni ragazzi italiani rimasti feriti nel rogo. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la richiesta complessiva alla parte italiana sarebbe di circa 108mila euro, relativa al ricovero di tre giovani feriti, poi trasferiti all’ospedale Niguarda di Milano.
La vicenda ha alimentato rabbia e sconcerto anche tra gli avvocati delle parti civili. Le famiglie dei feriti, già segnate dalle conseguenze fisiche e psicologiche dell’incendio, vedono nella richiesta svizzera una ferita ulteriore. L’avvocato Domenico Radice ha definito la decisione non solo deprecabile sul piano morale, ma anche miope sotto il profilo strategico, perché potrebbe rafforzare la posizione dell’Italia nel chiedere risarcimenti nel procedimento elvetico.
Sul piano svizzero, alcune ricostruzioni hanno però evidenziato un elemento tecnico: nei documenti inviati dall’ospedale di Sion sarebbe comparsa la precisazione “la fattura non deve essere pagata”. Secondo Tv Svizzera, si tratterebbe di documenti che indicano i costi ordinari delle prestazioni sanitarie d’urgenza, tra circa 17mila e 66.800 franchi, per le prime ore di trattamento, ma non necessariamente di una richiesta diretta di pagamento alle famiglie. Questo chiarimento, tuttavia, non ha evitato la polemica politica e diplomatica.
Il punto centrale resta quello delle responsabilità. Le vittime e i loro familiari contestano le condizioni di sicurezza del locale, in particolare il tema delle uscite di emergenza e dei controlli che avrebbero dovuto prevenire o limitare le conseguenze del rogo. Per questo, la richiesta di rimborso delle cure viene percepita come un ribaltamento ingiusto del peso della tragedia su chi ne ha subito gli effetti.
Il caso Crans-Montana diventa così qualcosa di più di una controversia amministrativa. È uno scontro sul significato della responsabilità pubblica dopo una tragedia: chi deve pagare per le cure di ragazzi feriti in un luogo che, secondo le accuse, non avrebbe garantito condizioni adeguate di sicurezza? E soprattutto, può una questione contabile precedere il pieno accertamento delle responsabilità?
La risposta del governo italiano, almeno per ora, è senza margini di ambiguità: l’Italia non pagherà. Ma la vicenda resta aperta, sul piano giudiziario e su quello diplomatico. Per le famiglie, prima ancora dei rimborsi, resta la richiesta più importante: verità, responsabilità e giustizia per quanto accaduto a Crans-Montana.

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