Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo: Taranto chiede un futuro

Taranto Ex-Ilva

Respinti i ricorsi contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano. La tutela della salute resta al centro della decisione, mentre lavoratori e imprese attendono risposte su occupazione, bonifiche e prospettive industriali.

di Redazione

(EN24) – La Cassazione ha respinto i ricorsi contro la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Con la sentenza delle Sezioni Unite civili, pubblicata il 29 ottobre, resta fermo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano, intervenuta sui rischi legati all’amianto e alle emissioni di polveri sottili.

È un passaggio decisivo per lo stabilimento e per una città che da decenni lega alla siderurgia una parte consistente del proprio lavoro. Ma la decisione giudiziaria apre anche una domanda alla quale le istituzioni devono dare risposta: come accompagnare Taranto verso un’economia capace di garantire salute, reddito e prospettive alle nuove generazioni?

Che cosa stabilisce la decisione

La Corte d’Appello di Milano aveva ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, assegnando alle società novanta giorni dall’ultima comunicazione del provvedimento per completare le operazioni sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo. La Cassazione, rigettando i ricorsi, lascia in piedi quell’ordine.

Occorre distinguere la sospensione dalla chiusura definitiva dell’intero stabilimento. Il provvedimento riguarda l’area a caldo e lega l’eventuale ripresa alla rimozione dell’amianto presente negli impianti e all’adozione delle misure necessarie a ricondurre le emissioni di polveri sottili entro condizioni di sicurezza.

Il problema, adesso, è capire se e attraverso quali interventi queste condizioni possano essere raggiunte, con quali risorse e secondo quali tempi.

L’emergenza delle famiglie e dell’indotto

Dietro la vertenza ci sono gli stipendi dei dipendenti, le commesse delle aziende dell’appalto e le attività che dipendono dai consumi delle famiglie. La crisi dello stabilimento coinvolge manutentori, trasportatori, officine, fornitori e servizi: una rete economica che rischia di perdere lavoro insieme alla fabbrica.

Nel reportage pubblicato il 19 ottobre, Avvenire riferiva di una richiesta di cassa integrazione straordinaria per 8.622 dipendenti del gruppo in Italia, quasi settemila dei quali a Taranto. Nello stesso quadro si collocavano le procedure di licenziamento collettivo avviate da 28 imprese dell’indotto per oltre 2.500 addetti, allora sospese. Numeri che descrivono la dimensione sociale della vertenza e la necessità di interventi tempestivi.

Gli ammortizzatori sociali servono a proteggere il reddito durante l’emergenza. Per chi deve pagare un mutuo o mantenere una famiglia, però, conta anche sapere quale occupazione potrà esserci dopo. Servono percorsi di ricollocazione e formazione collegati a investimenti effettivi e a posti di lavoro individuabili.

Quale industria può restare a Taranto

La prospettiva industriale richiede scelte verificabili. Un eventuale rilancio deve chiarire quali impianti utilizzare, con quali tecnologie, quanta energia occorra e quanti lavoratori possano essere impiegati. Sono domande essenziali anche per valutare la sostenibilità economica e ambientale degli investimenti.

Nel suo intervento del 29 ottobre, Avvenire richiama gli scenari discussi per il futuro del siderurgico, dalla ricerca di nuovi investitori alla trasformazione tecnologica della produzione. L’incertezza riguarda soprattutto la capacità di tradurre queste ipotesi in un piano con impegni finanziari, scadenze e garanzie occupazionali.

Ogni proposta dovrà misurarsi con le condizioni poste dalla decisione giudiziaria. E dovrà spiegare quale ruolo avranno le imprese locali, che negli anni hanno accumulato competenze e professionalità e che oggi affrontano una crisi di commesse e liquidità.

Bonifiche e salute, impegni da rendere concreti

La messa in sicurezza degli impianti, il risanamento ambientale e la protezione dei residenti richiedono programmi precisi. Per ciascun intervento devono essere riconoscibili il responsabile, le risorse disponibili, i tempi di esecuzione e le modalità di controllo.

È su questi elementi che i cittadini potranno valutare la credibilità delle decisioni. La stessa attenzione deve riguardare l’assistenza sanitaria, la prevenzione e il monitoraggio delle condizioni di salute della popolazione.

Anche le bonifiche possono offrire occasioni di lavoro qualificato. Perché ciò accada, occorrono progetti operativi e formazione adeguata: sarebbe prematuro presentarle come una risposta già sufficiente a tutte le esigenze occupazionali del territorio.

Costruire alternative, con tempi e risorse certi

La diversificazione economica di Taranto deve diventare un programma di investimenti coordinati. Porto, logistica, attività legate al mare, ricerca, turismo e patrimonio culturale sono ambiti sui quali costruire proposte, valutandone la capacità di creare occupazione stabile e di coinvolgere le imprese del territorio.

Per i lavoratori più giovani servono opportunità che consentano di restare. Per chi ha trascorso gran parte della propria vita professionale in fabbrica occorrono strumenti che tengano conto dell’età, delle competenze e delle possibilità concrete di trovare un nuovo impiego.

La sentenza definisce un limite alle condizioni nelle quali può svolgersi l’attività produttiva. Spetta ora alle istituzioni e alle imprese assumere decisioni sul futuro industriale e sociale della città. I cittadini devono poter conoscere gli interventi previsti, i finanziamenti disponibili e le scadenze: è da queste risposte che dipenderà la possibilità di tornare a progettare la propria vita a Taranto.

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