La Corte d’Appello di Milano respinge anche la seconda richiesta di sospensione presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia. Ora l’attenzione si sposta sulla Cassazione, attesa il 20 ottobre
di Redazione
(EN24) – Nessun passo indietro sullo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. La Corte d’Appello di Milano ha respinto anche la seconda richiesta con la quale Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, avevano tentato di fermare l’esecuzione del provvedimento disposto nei mesi scorsi.
Resta quindi in piedi, allo stato attuale, l’obbligo di fermare gli altoforni entro la fine di ottobre.
La decisione è stata presa dal collegio presieduto da Giuseppe Ondei e rappresenta un nuovo passaggio di una vicenda giudiziaria destinata ad avere conseguenze dirette sul futuro del siderurgico tarantino.
Le società avevano chiesto ai giudici di attendere almeno la pronuncia della Corte di Cassazione, che esaminerà il caso il prossimo 20 ottobre. La richiesta era legata soprattutto al timore che l’avvio delle procedure di spegnimento potesse provocare conseguenze difficilmente reversibili sugli impianti e compromettere definitivamente la continuità produttiva dello stabilimento.
La Corte d’Appello non ha però accolto questa impostazione.
Nelle motivazioni viene ribadito un principio che ha già caratterizzato le precedenti decisioni: nel bilanciamento tra attività economica e tutela delle persone, il diritto alla salute conserva un peso prevalente.
I giudici richiamano anche l’articolo 41 della Costituzione, nella parte in cui stabilisce che l’iniziativa economica privata non può essere esercitata arrecando danno alla salute o all’ambiente.
La fissazione dell’udienza in Cassazione, inoltre, non è stata considerata una novità tale da giustificare il congelamento del provvedimento. Per la Corte, il fatto che la Suprema Corte abbia già stabilito la data del 20 ottobre non modifica, di per sé, il quadro sul quale erano state fondate le precedenti decisioni.
È la seconda volta, nel giro di poche settimane, che la richiesta delle amministrazioni straordinarie viene respinta. Già l’11 settembre la Corte d’Appello aveva detto no a una prima istanza di sospensione.
Il nodo centrale rimane quello dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, cuore del ciclo produttivo dell’acciaieria e, allo stesso tempo, al centro da anni del confronto sulle emissioni, sulla tutela ambientale e sui rischi per la salute dei residenti.
A promuovere l’azione civile che ha portato al provvedimento sono stati alcuni cittadini tarantini. Il loro legale, l’avvocato Ascanio Amenduni, dopo la nuova decisione dei giudici ha sottolineato come ancora una volta sia stata riconosciuta la prevalenza della tutela della salute rispetto alle conseguenze economiche prospettate dalle aziende.
Sul fronte opposto, Ilva e Acciaierie d’Italia hanno insistito sul rischio che una fermata degli impianti possa produrre danni molto difficili da recuperare e avere ripercussioni pesanti non soltanto sul futuro industriale dello stabilimento, ma anche sui livelli occupazionali e sull’intero indotto.
È proprio questo uno dei punti più delicati della vicenda. Intorno allo stabilimento ruotano migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto e ogni decisione sulla continuità produttiva si riflette inevitabilmente sull’economia di Taranto e, più in generale, sulla siderurgia nazionale.
Secondo quanto emerge dal nuovo pronunciamento, tuttavia, l’attesa della Cassazione non determinerebbe, nell’immediato, quel danno irreparabile prospettato dalle società. La gestione tecnica degli impianti nelle prossime settimane dovrebbe consentire di arrivare all’udienza del 20 ottobre senza compromettere automaticamente un’eventuale ripresa, qualora il quadro giudiziario dovesse cambiare.
La data da cerchiare sul calendario è dunque quella del 20 ottobre.
La Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi sui ricorsi presentati contro il provvedimento che ha imposto la fermata dell’area a caldo. Fino ad allora, però, l’ordine impartito dai giudici milanesi resta pienamente efficace.
Sul tavolo continua così a esserci una delle questioni industriali, ambientali e sociali più complesse del Paese: da una parte la necessità di tutelare salute e ambiente, dall’altra il futuro di uno dei più importanti poli siderurgici italiani e di migliaia di famiglie che dipendono direttamente o indirettamente dalla fabbrica.
Per Taranto si apre quindi un’altra fase di attesa. Ma, almeno per ora, dal tribunale di Milano non è arrivata alcuna sospensione: il percorso verso lo stop dell’area a caldo resta confermato.

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