G7 di Evian, Iran e Ucraina dominano il vertice: Trump avverte Teheran e spinge Mosca al negoziato

L’accordo Usa-Iran apre la “fase due” su nucleare e Stretto di Hormuz, mentre Zelensky chiede nuove pressioni sulla Russia. Meloni: libertà di navigazione e stop all’arma atomica restano condizioni irrinunciabili

di Redazione

(EN24) – Il G7 di Evian si trasforma nel crocevia delle grandi crisi globali. Iran, Stretto di Hormuz, guerra in Ucraina, sicurezza energetica e pressione sulla Russia sono i dossier che dominano il vertice dei leader delle principali economie occidentali, riuniti sulle rive del Lago di Ginevra in una fase internazionale segnata da conflitti intrecciati e diplomazie fragili.

Al centro della scena c’è Donald Trump. Il presidente americano arriva al summit forte dell’annuncio di un memorandum d’intesa con l’Iran, ma anche sotto la pressione degli alleati, che chiedono garanzie solide sul nucleare di Teheran, sulla libertà di navigazione nel Golfo e sulla tenuta dell’accordo. Da Evian, Trump sceglie un linguaggio durissimo: se l’Iran provasse a dotarsi di un’arma nucleare, ha avvertito, “tutto l’inferno gli cadrà addosso”.

Il messaggio è chiaro: Washington presenta l’intesa come un’occasione di pace, ma non come un assegno in bianco. La prossima fase dei negoziati, secondo il presidente americano, dovrebbe essere più semplice di quella che ha portato al memorandum. Il punto decisivo, però, resta il controllo del programma nucleare iraniano. Trump sostiene che Teheran abbia accettato il principio fondamentale: niente arma atomica e meccanismi di verifica più stringenti.

Il dossier iraniano non riguarda soltanto la sicurezza militare. Riguarda anche l’economia globale. Lo Stretto di Hormuz, rimasto al centro della crisi dopo mesi di tensioni e blocchi, è uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta per il traffico di petrolio e gas. La sua riapertura, anche parziale, viene indicata come una condizione essenziale per raffreddare i prezzi dell’energia e ridare stabilità ai mercati.

Trump assicura che le navi hanno già ripreso a transitare e che lo Stretto sarà completamente aperto nei prossimi giorni. Ma gli alleati europei chiedono di non affidarsi solo alle dichiarazioni. Regno Unito, Francia, Germania e Italia sostengono una missione difensiva e indipendente per garantire il traffico commerciale e, se necessario, condurre operazioni di sminamento.

La premier Giorgia Meloni si muove su una linea di sostegno prudente. L’Italia è pronta ad accompagnare il processo diplomatico, ma pone due condizioni politiche considerate non negoziabili: l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e la libertà di navigazione deve essere garantita. È una posizione che tiene insieme sicurezza, diplomazia e interesse economico nazionale, perché ogni crisi nello Stretto di Hormuz ha effetti diretti anche sulle bollette, sulle imprese e sulle catene produttive europee.

A complicare il quadro c’è il fronte libanese. Trump ha criticato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, invitandolo a maggiore responsabilità verso il Libano. Teheran, attraverso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sostiene che ogni attacco o occupazione israeliana in territorio libanese costituirebbe una violazione dell’intesa con gli Stati Uniti. Israele, però, non è parte dell’accordo e continua a rivendicare libertà d’azione contro Hezbollah. È uno dei nodi più fragili dell’intera architettura diplomatica.

Il G7, quindi, prova a trasformare una tregua ancora incerta in un percorso politico. Ma la distanza tra le parti resta ampia. Gli Stati Uniti negano di avere obblighi finanziari verso l’Iran e respingono le ipotesi di investimenti diretti nel Paese. Teheran chiede invece garanzie, alleggerimento delle pressioni e riconoscimento del proprio ruolo regionale. In mezzo ci sono mediatori come Qatar e Pakistan, chiamati a reggere un equilibrio estremamente delicato.

Archiviato, almeno momentaneamente, il capitolo iraniano, Trump dice di voler riportare l’attenzione sull’Ucraina. Il presidente americano ha incontrato Volodymyr Zelensky a margine del vertice e ha affermato che la Russia deve fare un accordo. Ma, come spesso accade, tra dichiarazione politica e misure concrete resta uno spazio ancora indefinito.

Zelensky arriva a Evian con un obiettivo preciso: convincere il G7 ad aumentare la pressione su Vladimir Putin. Il presidente ucraino insiste su nuove sanzioni contro petrolio, banche e industria militare russa, ma soprattutto chiede più difese aeree. I missili Patriot restano una priorità assoluta per proteggere città, infrastrutture energetiche e obiettivi civili dagli attacchi russi.

Il leader ucraino ha mostrato agli alleati le immagini dei danni provocati dagli ultimi bombardamenti su Kiev, compreso l’attacco che ha colpito un luogo religioso simbolico della capitale. È una strategia politica e umana insieme: ricordare ai leader occidentali che la guerra non è un dossier astratto, ma un conflitto che continua a colpire civili, patrimonio culturale, energia, scuole, ospedali e luoghi di culto.

Da parte europea emerge una linea più netta: la Russia non sta vincendo e proprio per questo il sostegno all’Ucraina va rafforzato. Londra annuncia nuove sanzioni contro la flotta ombra russa, Bruxelles insiste sulla necessità di aumentare la pressione, Parigi e Berlino chiedono agli Stati Uniti di non ammorbidire la posizione verso Mosca. Il punto sensibile resta Trump: gli europei vogliono capire fino a che punto la Casa Bianca sia pronta a usare davvero la leva delle sanzioni.

Il presidente americano apre alla possibilità di ripristinare restrizioni sul petrolio russo, rese più gestibili dalla riapertura progressiva di Hormuz e dal calo della pressione sui mercati energetici. Ma resta più cauto sulle misure complessive. Per Kiev e per gli europei, questa ambiguità è il vero tema politico del vertice: senza una pressione americana chiara, Putin potrebbe continuare a prendere tempo.

Il G7 di Evian racconta così un passaggio di fase. Nel Medio Oriente, l’obiettivo è impedire che l’accordo Usa-Iran resti una tregua fragile e incompleta. In Ucraina, l’obiettivo è evitare che la diplomazia si trasformi in una concessione alla Russia. In entrambi i casi, il nodo è lo stesso: trasformare dichiarazioni e intese preliminari in garanzie verificabili.

Il vertice mostra anche quanto energia e sicurezza siano ormai inseparabili. Hormuz condiziona il prezzo del petrolio, il petrolio condiziona le sanzioni alla Russia, le sanzioni condizionano la capacità di Mosca di finanziare la guerra, la guerra condiziona la sicurezza europea. Ogni dossier trascina l’altro, e nessun leader può affrontarne uno ignorando gli altri.

Per l’Italia, il G7 è anche un banco di prova diplomatico. Meloni deve muoversi tra alleanza atlantica, ruolo europeo, interessi energetici e stabilità mediterranea. Il sostegno alla missione su Hormuz e la fermezza sul nucleare iraniano confermano una linea: dialogo sì, ma dentro condizioni chiare; pace sì, ma senza rinunciare alla sicurezza.

La giornata di Evian consegna un’immagine precisa del mondo attuale: nessuna crisi è più locale, nessun accordo è davvero separato dagli altri, nessuna pace può reggere se non è accompagnata da controlli, garanzie e responsabilità politiche. Trump prova a presentare l’intesa con l’Iran come una vittoria diplomatica; Zelensky chiede che la stessa energia venga usata contro la guerra russa; l’Europa tenta di tenere insieme fermezza e realismo.

Il G7 resta quindi sospeso tra possibilità e rischio. La possibilità è che l’accordo con Teheran apra una stagione di de-escalation nel Golfo e liberi spazio diplomatico per l’Ucraina. Il rischio è che un’intesa fragile su Hormuz, un Iran non pienamente vincolato e una Russia non abbastanza sotto pressione producano nuove instabilità. A Evian, più che celebrare soluzioni, i leader stanno cercando di impedire che il mondo precipiti nella prossima crisi.

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