Tra la datazione tradizionale alla fine del I secolo e le ipotesi di un nucleo precedente al 70 d.C., il quarto Vangelo torna al centro del dibattito storico
di Salvatore Stano
Il Vangelo di Giovanni è spesso presentato come il più tardo dei quattro Vangeli canonici. Nella manualistica moderna lo si colloca abitualmente verso la fine del I secolo, spesso intorno agli anni 90–100 d.C. La ragione è nota: Giovanni ha uno stile teologico molto sviluppato, un linguaggio diverso dai sinottici e una cristologia alta, nella quale Gesù è presentato fin dal prologo come il Logos, il Verbo eterno di Dio.
Eppure, negli ultimi decenni — e con rinnovato interesse negli ultimi anni — alcuni studiosi hanno ripreso una domanda che sembrava marginale: è possibile che il Vangelo di Giovanni, o almeno un suo nucleo originario, sia più antico di quanto si pensi? Potrebbe contenere materiale risalente a prima della distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.? E, in forma ancora più prudente, si può ipotizzare che alcune tradizioni giovannee siano già state fissate nei decenni 40–60, quindi in un periodo vicino alla generazione apostolica?
La risposta, se si vuole mantenere equilibrio, non può essere semplicemente affermativa o negativa. La datazione finale del Vangelo resta discussa, e la posizione maggioritaria continua a preferire una redazione tarda, posteriore al 70. Tuttavia, l’ipotesi di una base antica non è priva di argomenti, né è sostenuta solo da apologeti confessionali. Vi sono infatti studiosi di alto profilo che hanno difeso una datazione precoce, o almeno la presenza di tradizioni storiche primitive nel quarto Vangelo.
Uno degli indizi più citati si trova in Giovanni 5,2: “Vi è a Gerusalemme, presso la porta delle pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici” (ἔστιν δὲ ἐν τοῖς Ἱεροσολύμοις ἐπὶ τῇ προβατικῇ κολυμβήθρα ἡ ἐπιλεγομένη Ἑβραϊστὶ Βηθζαθά, πέντε στοὰς ἔχουσα). La frase colpisce perché il testo usa il presente: “vi è/c’è”, non “vi era/c’era”.
Sito archeologico che riporta i resti della Piscina di Bethesda, (casa della misericordia in ebraico)

Bozzetto di Eli Lizorkin-Eyzenberg, sostenitore della piscina di Bethesda come centro di guarigione del dio greco Asclepio (Giovanni 5)

Riproduzione al computer della Piscina di Bethesda
Se il Vangelo fosse stato scritto molto tempo dopo il 70, quando Gerusalemme era stata devastata dai Romani, perché descrivere quella piscina come ancora esistente? Naturalmente l’argomento non è decisivo: potrebbe trattarsi di un presente narrativo, oppure di una tradizione precedente conservata senza aggiornamenti. Ma resta un dettaglio significativo, soprattutto perché la descrizione della piscina e dei cinque portici mostra una conoscenza concreta della topografia gerosolimitana (nota 1).
Una tesi recente ha reso questo argomento ancora più discusso. A formularla è George van Kooten, biblista olandese e studioso del Nuovo Testamento, attualmente professore di teologia titolare della cattedra Lady Margaret all’Università di Cambridge , una delle cattedre più prestigiose nel campo degli studi teologici e biblici. Van Kooten ha proposto di leggere Giovanni 5,2 non come una semplice nota narrativa, ma come una vera indicazione topografica contemporanea all’autore: il verbo greco estin, “vi è”, indicherebbe l’esistenza attuale della piscina con i suoi cinque portici. Se quei portici furono distrutti o smantellati durante la guerra giudaica del 66–70, il versetto assumerebbe un valore cronologico rilevante. La proposta non pretende di risolvere da sola l’intera questione della datazione giovannea, ma rafforza l’ipotesi che almeno la forma redazionale che conserva Giovanni 5,2 appartenga a un contesto anteriore alla distruzione di Gerusalemme (2).
Nel suo studio, van Kooten sostiene che la formula greca usata in Giovanni 5,2 non andrebbe liquidata come semplice “presente storico”: la descrizione “vi è in Gerusalemme una piscina” avrebbe piuttosto il carattere di una notazione topografica riferita a una struttura ancora esistente al momento della scrittura. Per questo egli vede nel versetto un argomento interno a favore di una datazione del Vangelo prima del 70, forse intorno alla metà degli anni Sessanta del I secolo (3).
Su questo punto si era già concentrato Daniel B. Wallace, studioso americano di greco neotestamentario e critica testuale, professore al Dallas Theological Seminary e fondatore del Center for the Study of New Testament Manuscripts. In un articolo accademico pubblicato nel 1990 su Biblica, Wallace aveva discusso il valore del presente di Giovanni 5,2 come possibile indizio di una composizione pre-70 o, quantomeno, di una tradizione molto antica (4).
Tra i sostenitori più noti di una datazione precoce va poi ricordato John A. T. Robinson, vescovo anglicano di Woolwich, teologo liberale e docente a Cambridge. Nel suo libro Redating the New Testament, Robinson propose una revisione radicale della cronologia del Nuovo Testamento, sostenendo che tutti i testi neotestamentari potessero essere anteriori alla distruzione di Gerusalemme. Per Giovanni ipotizzò una collocazione molto più precoce di quella comunemente accettata, anche entro l’arco 40–65 d.C. La sua tesi non divenne maggioritaria, ma ebbe il merito di riaprire una questione spesso data per chiusa (5).
A questa linea si collega, con metodo diverso, Jonathan Bernier, studioso canadese del Nuovo Testamento, docente al Regis College dell’Università di Toronto e direttore esecutivo del Lonergan Research Institute. Nel volume Rethinking the Dates of the New Testament, Bernier sostiene che molti scritti del Nuovo Testamento vadano collocati venti o trent’anni prima di quanto abitualmente si pensi. Anche in questo caso la proposta non rappresenta il consenso dominante, ma è formulata in ambito accademico e merita considerazione (6).
Diversa, ma forse ancora più importante, è la posizione di C. H. Dodd, grande studioso gallese del Nuovo Testamento, professore a Cambridge e figura centrale della ricerca biblica del Novecento. Dodd non è ricordato soprattutto come difensore di una datazione finale pre-70 del Vangelo di Giovanni. Tuttavia, nella sua opera sulla tradizione storica del quarto Vangelo, sostenne che Giovanni conserva una tradizione antica e indipendente dai sinottici. In altre parole, anche chi colloca la redazione finale del Vangelo alla fine del I secolo può riconoscere che dietro Giovanni ci sia materiale molto più antico, forse radicato nella memoria dei testimoni e nella conoscenza diretta della Giudea prima della guerra giudaica (7).
Anche James H. Charlesworth, già professore di Nuovo Testamento a Princeton Theological Seminary e noto studioso dei Rotoli del Mar Morto e dell’ambiente giudaico del I secolo, ha insistito sul valore storico dei dettagli gerosolimitani in Giovanni. Secondo questa prospettiva, molte informazioni che un tempo venivano considerate costruzioni simboliche o teologiche si sono rivelate compatibili con la realtà della Gerusalemme del tempo di Gesù. Ciò non prova automaticamente una data precoce della forma finale del Vangelo, ma rafforza l’idea di una tradizione di base antica (8).
Su una linea simile si colloca anche Paul N. Anderson, studioso del quarto Vangelo e promotore dell’idea di Giovanni come “Vangelo terreno” o “mundane Gospel”: un testo altamente teologico, ma insieme ricco di riferimenti concreti, topografici e archeologicamente verificabili. Anche questa prospettiva non obbliga a datare l’intero Vangelo agli anni 50, ma rende meno plausibile l’immagine di Giovanni come pura meditazione tardiva scollegata dalla Palestina storica (9).
A favore di una possibile antichità del nucleo giovanneo si può ricordare anche il dato ecclesiale. Già negli Atti degli Apostoli la comunità appare interessata a distinguere il servizio materiale dal “ministero della Parola”. Gli apostoli non sono presentati come semplici amministratori della comunità, ma come custodi autorevoli della testimonianza su Gesù e garanti della sua trasmissione. Questo non dimostra che Giovanni abbia scritto il suo Vangelo già negli anni 50, ma rende plausibile che la memoria apostolica fosse organizzata, custodita e trasmessa molto presto (10).
Frammento del Papiro 46, datato al III secolo contenente i versetti 11:33-12:9 della Seconda lettera ai Corinzi. Il Papiro 46 è il più antico manoscritto esistente riportante brani di lettere di Paolo.
A questo quadro si può accostare un dato di storia materiale della scrittura antica. Giuseppe Ricciotti, sacerdote, biblista e storico del cristianesimo antico, nel capitolo “Paolo scrittore” del suo Paolo apostolo, descrive con precisione il modo in cui nel I secolo venivano composte e inviate le lettere: l’uso del papiro, degli strumenti per la scrittura, degli amanuensi, della dettatura, della revisione e talvolta di una nota autografa finale come garanzia di autenticità. Il caso delle lettere paoline, che sono più antiche dei Vangeli, non può essere trasferito automaticamente al Vangelo di Giovanni, che appartiene a un genere letterario diverso. Tuttavia, esso ricorda un fatto importante: nel mondo cristiano delle origini la produzione di uno scritto autorevole non era necessariamente un atto individuale e solitario. Poteva coinvolgere collaboratori, memoria comunitaria, dettatura, rilettura e riconoscimento ecclesiale (11).
In questo senso, la testimonianza del Canone Muratoriano, uno dei più antichi elenchi dei libri cristiani ricevuti nella Chiesa, appare meno isolata e più coerente con le pratiche antiche di composizione e trasmissione dei testi. Il frammento racconta che Giovanni sarebbe stato sollecitato dai condiscepoli e dai vescovi a scrivere, e che Andrea avrebbe ricevuto una rivelazione perché Giovanni mettesse per iscritto il Vangelo a proprio nome, mentre gli altri ne avrebbero verificato il contenuto. Il passo non offre una data precisa, ma presenta il quarto Vangelo come frutto di una memoria apostolica condivisa, non come opera isolata e tardiva (12).

Così è scritto nel Canone Muratoriano: «Il quarto Vangelo è quello di Giovanni, uno dei discepoli. Quando i suoi condiscepoli e i vescovi lo esortarono a scrivere, egli disse: “Digiunate con me da oggi per tre giorni, e ciò che sarà rivelato a ciascuno raccontiamocelo reciprocamente”. Nella stessa notte fu rivelato ad Andrea, uno degli apostoli, che Giovanni doveva mettere tutto per iscritto a proprio nome, mentre tutti gli altri avrebbero revisionato o verificato il contenuto.»
D’altra parte, altre fonti antiche sembrano sostenere una composizione più tarda. Clemente d’Alessandria, citato da Eusebio di Cesarea, afferma che Giovanni scrisse “per ultimo” un Vangelo spirituale, dopo che gli altri avevano già narrato i fatti esteriori. Ireneo collega Giovanni alla chiesa di Efeso e alla tradizione che lo vede ancora vivo fino al tempo di Traiano. Questi dati spiegano perché molti studiosi continuino a collocare la forma finale del Vangelo negli ultimi anni del I secolo (13).
I resti dell’antica basilica di San Giovanni Apostolo a Selcuk, Turchia (vicino l’antica Efeso), dove è seppellito l’evangelista.
La soluzione più equilibrata potrebbe dunque essere intermedia: non è necessario scegliere tra un Giovanni interamente scritto nel 50 e un Giovanni nato dal nulla nel 95. È possibile che il Vangelo abbia avuto una lunga storia: una memoria apostolica antica, forse un nucleo o una prima raccolta di tradizioni già prima del 70, e una redazione finale successiva. In questo scenario, l’ipotesi di un nucleo vicino agli anni 50 non va presentata come certezza, ma neppure esclusa a priori.
Il quarto Vangelo resta quindi un testo complesso: teologico, meditativo, diverso dai sinottici, ma anche sorprendentemente concreto nei suoi riferimenti a Gerusalemme, alle feste, ai luoghi e ai personaggi. Proprio questa combinazione — profondità teologica e memoria topografica — rende Giovanni uno dei documenti più affascinanti del cristianesimo delle origini.
La domanda, allora, non è soltanto: “Quando fu scritto Giovanni?”. È anche: “Quale memoria conserva?”. E su questo punto il dibattito è più aperto di quanto spesso si creda.
NOTE BIOGRAFICHE

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