Il riconoscimento alla carriera al Premio Caravaggio offre l’occasione per un incontro con il medico originario di Grottaglie. La famiglia, la ricerca, l’ascolto dei pazienti e l’impegno per chi fatica ad accedere alle cure: «Meritare la loro fiducia è una responsabilità che si rinnova ogni giorno».
di Redazione
(EN24) – Prima degli studi, degli ospedali e della ricerca, nella vita di Salvatore Lenti c’è una madre malata e il desiderio di aiutarla. È da questo ricordo che comincia a raccontarsi. Per spiegare perché abbia scelto la medicina, torna a casa, agli affetti, ai sacrifici dei genitori che gli hanno permesso di studiare.
Il riconoscimento alla carriera ricevuto nell’ambito della sesta edizione del Premio Caravaggio è l’occasione per ripercorrere una storia professionale maturata tra ricerca, insegnamento e assistenza ospedaliera. Originario di Grottaglie, direttore della Medicina Interna e Lungodegenza post-acuzie degli ospedali di Andria e Canosa e presidente FADOI Puglia, Lenti ha mantenuto uno stretto rapporto con la propria comunità, anche attraverso il volontariato con Medici per San Ciro.
Nelle sue risposte, però, i titoli lasciano presto spazio alle persone: una madre oggi ottantaseienne, il padre scomparso, i maestri, i colleghi, i pazienti che tornano a casa e i giovani professionisti che imparano a prendersene cura. E poi chi vive nella povertà o nella solitudine, per il quale anche chiedere una visita può diventare difficile.

Che cosa l’ha spinta originariamente a scegliere la medicina?
«La mia scelta nasce dal rapporto con mia madre. Era malata e io desideravo curarla. Prima ancora di conoscere la medicina, sentivo il bisogno di fare qualcosa per lei, di alleviare la sua sofferenza. Quel desiderio è diventato, negli anni, una vocazione e poi una professione.
Mia madre oggi ha 86 anni e vive con mia sorella, che si prende cura di lei. Io continuo a occuparmi della sua salute con lo stesso amore con cui lei si è presa cura di me.
Un ruolo importante nella mia scelta lo ha avuto anche mio padre, scomparso più di tre anni fa: insieme a mia madre mi ha permesso di studiare. Nei loro confronti sento una gratitudine profonda. Credo che la radice del mio essere medico sia proprio lì, nell’amore ricevuto e nel desiderio di restituirlo attraverso la cura».
C’è un traguardo o un momento professionale che custodisce con particolare orgoglio?
«Ho avuto la fortuna di vivere esperienze importanti nella ricerca, nella clinica e nell’insegnamento, durante la formazione universitaria e poi nel percorso professionale a Siena e ad Arezzo. Il periodo all’Istituto Mario Negri e il confronto con realtà internazionali come Harvard mi hanno insegnato il rigore scientifico, il valore del lavoro di squadra e la necessità di continuare a imparare.
Ma ciò che mi rende più orgoglioso è aver portato queste esperienze nella cura quotidiana dei pazienti e nella formazione dei giovani medici e degli infermieri.
Vedere una persona migliorare, recuperare autonomia e tornare alla propria famiglia dà un significato concreto a tutto il lavoro svolto. E vedere un giovane collega, medico o infermiere, crescere, diventare competente e conservare la sensibilità verso chi soffre è una soddisfazione che resta».

Che significato ha per lei il riconoscimento alla carriera ricevuto al Premio Caravaggio?
«È un riconoscimento che mi emoziona e mi invita a guardare con gratitudine il percorso compiuto. Penso ai miei genitori e alla mia famiglia, ai maestri che mi hanno formato, ai colleghi e a tutti i professionisti con cui ho condiviso responsabilità e giornate difficili. Un medico non costruisce mai la propria carriera da solo.
Penso anche a chi mi è stato vicino nei momenti belli e in quelli difficili della malattia, a chi ha saputo affrontare gli ostacoli con intelligenza.
Considero questo premio anche un richiamo alla responsabilità. Un riconoscimento alla carriera dà valore a ciò che si è fatto, ma ricorda anche quanto si può ancora offrire: esperienza, disponibilità, attenzione alle persone e sostegno alle nuove generazioni. Riceverlo in un contesto che unisce arte e impegno verso la collettività rende questo significato ancora più forte».
Che cosa vede il suo “occhio clinico” nei corpi dipinti da Caravaggio?
«Mi colpisce la concretezza dei corpi: la tensione dei muscoli, i gesti, i segni della fatica, la vulnerabilità. Caravaggio ci mette davanti a un’umanità che possiamo riconoscere, fatta di carne, dolore e dignità.
Il mio sguardo di medico coglie quei dettagli, ma soprattutto si interroga sulla persona che li porta. Anche nella pratica clinica un volto, una postura o un gesto possono dirci molto, se sappiamo osservarli e comprenderne il significato.
In questa pittura riconosco un’attenzione alla sofferenza che parla alla medicina di oggi e ci invita a non distogliere lo sguardo dalla fragilità. La precisione dell’osservazione è fondamentale, ma acquista pieno valore quando si accompagna alla capacità di riconoscere l’umanità di chi abbiamo davanti».

Quanto conta che la medicina mantenga una radice etica e un’attenzione alla persona?
«È essenziale. La competenza scientifica e l’attenzione alla persona devono crescere insieme. Possiamo conoscere una malattia nei suoi meccanismi più complessi, ma per prenderci cura di qualcuno dobbiamo comprendere anche le sue paure, le sue condizioni di vita e ciò che considera importante.
La comunicazione fa parte della cura. Ascoltare, spiegare con chiarezza, verificare che il paziente abbia compreso e coinvolgerlo nelle decisioni costruisce fiducia e rende il percorso terapeutico più consapevole.
La radice etica della medicina si esprime nelle scelte quotidiane: nel rispetto della dignità, nella riservatezza, nell’onestà delle informazioni e nell’attenzione a chi ha più difficoltà a far sentire la propria voce. Curare significa assumersi una responsabilità verso una persona, anche quando non possiamo promettere la guarigione».
Da dove nasce il bisogno di andare incontro agli ultimi, anche attraverso il Centro Accoglienza Salute?
«Nasce dalla convinzione che la possibilità di essere curati debba essere garantita a ogni persona. Nella vita professionale si incontrano fragilità che vanno oltre la malattia: povertà, solitudine, difficoltà linguistiche, mancanza di una rete familiare. Sono condizioni che possono rendere molto difficile anche chiedere aiuto.
L’esperienza del Centro Accoglienza Salute, presso le Clarisse di Santa Chiara a Grottaglie, nasce dal desiderio di dare una risposta concreta a questi bisogni, mettendo competenze e disponibilità al servizio di chi incontra maggiori ostacoli nell’accesso alle cure.
Accogliere significa anche restituire fiducia: far sentire a una persona che il suo problema merita attenzione e che la sua dignità viene riconosciuta. Per me questo impegno è parte del senso stesso della professione medica».
Quale consiglio darebbe ai giovani medici e ricercatori?
«Direi loro di studiare con rigore, coltivare la curiosità e imparare a usare bene le nuove tecnologie. Sono strumenti preziosi, che possono migliorare le nostre capacità diagnostiche e terapeutiche, ma richiedono giudizio, responsabilità e una formazione continua.
Li inviterei anche a dedicare tempo all’ascolto: a presentarsi al paziente, a guardarlo negli occhi, a spiegare quello che stanno facendo. E a non avere paura di riconoscere un dubbio o di chiedere aiuto a un collega. L’umiltà è una qualità professionale.
Soprattutto, consiglierei loro di custodire la motivazione che li ha portati a scegliere medicina. Nei momenti di stanchezza e nelle difficoltà del sistema sanitario, ricordare perché si è cominciato può aiutare a ritrovare la direzione.
Ogni paziente ci affida qualcosa di prezioso: la propria salute, le proprie paure e la propria fiducia. Meritare quella fiducia è un impegno che si rinnova ogni giorno».

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