Il medico e divulgatore scientifico, con oltre 7,6 mila follower su Instagram, Giuseppe Lavenia presenterà la sua relazione su «L’impatto della tecnologia su bambini e adolescenti»
Oggi e domani Taranto ospita all’hotel Salina il congresso scientifico Paideia 2026 sul tema «Il pediatra oggi tra territorio, famiglia e nuove sfide». L’evento è organizzato dalla federazione italiana medici pediatri (Fimp) il cui segretario è il dottor Raffaele Gurrado, secondo il quale «La dipendenza da social o dai video giochi di bambini e adolescenti rappresenta oggi una nuova epidemia».
Oggi, alle 17.45, parlerà il medico, psicoterapeuta e divulgatore scientifico, con oltre 7,6 mila follower su Instagram, Giuseppe Lavenia. Presenterà la sua relazione su «L’impatto della tecnologia su bambini e adolescenti». Il noto psicologo è anche presidente dell’associazione nazionale Di.Te (Dipendenze tecnologiche, GAP e Cyberbullismo).
Dottor Lavenia, a quale età si può mettere in mano a un ragazzo lo smartphone?
«Non esiste un’età giusta in assoluto. Esiste un contesto giusto. Darlo prima delle medie, nella maggior parte dei casi, significa delegare a uno schermo una funzione che dovrebbe essere adulta: contenere, spiegare, accompagnare».
Condivide la norma dei social dai 14 anni? È congrua?
«Sulla carta sì, nella realtà molto meno. I 14 anni sono un’età fragile, identitaria, impulsiva. Dire “puoi iscriverti” senza educare prima è come dare le chiavi di una moto senza aver insegnato a frenare. La norma ha senso solo se è accompagnata da educazione digitale vera, non lasciata alla buona volontà delle famiglie».
Ma in realtà a che età i ragazzi cominciano a maneggiare i cellulari?
«Sempre prima. Ormai parliamo di 6–7 anni, a volte anche prima. Non come strumento, ma come calmante emotivo».
Quanto tempo passano incollati al telefono?
«Troppo. Ma il problema non è solo il numero di ore. È come le passano. Un’ora di noia creativa vale più di tre ore di scrolling automatico. Tra l’altro l’uso smodato può creare isolamento, non sempre subito, ma nel tempo sì. Lo smartphone promette connessione, ma spesso allena alla fuga. E quando un ragazzo impara a evitare invece che a stare, l’isolamento diventa una conseguenza».
Riguarda tutte le famiglie?
«Sì, anche quelle “brave”. Anzi, a volte proprio quelle più performanti. Non è solo una questione di assenza fisica, ma di presenza emotiva. Si può essere in casa e non esserci davvero. Per un uso consapevole dei cellulari le famiglie devono guardarsi allo specchio. Non si educa con le app di controllo, ma con l’esempio. Regole chiare, tempi condivisi, spazi liberi da schermi. E soprattutto: parlare. Non interrogare, parlare davvero».
Il periodo del Covid ha influito?
«Moltissimo. Ha accelerato tutto. Ha normalizzato l’iperconnessione come unica forma di relazione possibile. Ma quello che era emergenza è diventato abitudine. E ora stiamo pagando il conto emotivo».
Ci sono differenze geografiche in Italia?
«Più che geografiche, culturali. La dipendenza digitale non conosce confini: entra ovunque trovi solitudine e silenzio adulto».
C’è rapporto tra bullismo e tecnologia?
«Fortissimo. La tecnologia non crea il bullismo, ma lo amplifica, lo rende continuo, senza pause. La vittima non trova più rifugi. E spesso gli spettatori diventano complici silenziosi con un like».
Il web è libertà o rischio?
«È entrambe le cose. La libertà senza regole diventa giungla. Il web va governato, non demonizzato. Ma governare significa assumersi la responsabilità adulta di dire dei no. E i ragazzi distinguono il vero dal falso molto meno di quanto crediamo. Non perché siano stupidi, ma perché sono emotivi. Se una notizia conferma un bisogno o una paura, diventa vera anche se è falsa. L’educazione al pensiero critico oggi è urgente quanto quella affettiva».
Cosa spinge i giovanissimi a un uso improprio?
«La solitudine, la noia, il bisogno di appartenenza. Lo smartphone diventa un anestetico emotivo. Non cercano il telefono: cercano qualcuno che li veda».
Lei è sposato e ha due figli. Ha imposto delle regole?
«Sì, ci siamo dati delle regole. E uso apposta il “ci siamo dati”, perché le regole imposte senza relazione durano poco».
Quali?
«Prima dei 13 anni nessun social. E quando è arrivato lo smartphone, sono arrivate anche le regole: tempi di utilizzo chiari, momenti senza schermi, soprattutto la sera. Non come punizione, ma come scelta educativa. Inoltre le password sono sempre state condivise. E qui chiarisco un punto che spesso viene frainteso: non è controllo. È responsabilità. Io non passo il tempo a controllare, ma devo sapere che posso accedere. È diverso. La privacy online, per un minore, non esiste. Ho detto ai miei figli: “Finché sei minorenne io resto dentro. Non per spiarti, ma per proteggerti. Il giorno in cui sarai pronto, mi farò da parte”».
FONTE: CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

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