Teheran, il giallo delle esplosioni mentre Trump apre al negoziato

Sospetti di sabotaggi a Bandar Abbas e Ahvaz. Ma Larijani frena i venti di guerra: «Passi avanti nel dialogo con Washington». Il tycoon conferma: «L’Iran ci parla, vedremo che succede».

di Redazione

TEHERAN (EN24) – Un’ombra di incertezza avvolge il Golfo Persico, dove il fragore delle esplosioni si intreccia paradossalmente con i segnali di un’insperata apertura diplomatica. Mentre le infrastrutture strategiche dell’Iran vengono scosse da incidenti ancora avvolti nel mistero, da Washington e dai palazzi del potere di Teheran filtrano indiscrezioni su un possibile «quadro negoziale» per evitare il conflitto aperto.

La giornata di ieri è stata segnata dal sangue e dal sospetto. Almeno una persona è rimasta uccisa e quattordici sono ferite nell’esplosione che ha sventrato un edificio nel porto di Bandar Abbas, snodo vitale sullo Stretto di Hormuz dove transita un quinto del petrolio mondiale. Sebbene sui social media sia rimbalzata con insistenza la notizia di un attacco mirato contro l’ammiraglio dei Pasdaran, Alireza Tangsiri, le autorità locali hanno parlato di una «fuga di gas», una versione rilanciata dall’agenzia semi-ufficiale Tasnim per smentire l’ipotesi di un raid esterno.

Ma Bandar Abbas non è stata l’unica a tremare. Ad Ahvaz, cuore dell’industria petrolifera iraniana al confine con l’Iraq, altre quattro persone hanno perso la vita in circostanze analoghe. Anche in questo caso, la versione ufficiale invoca il guasto domestico, così come per i roghi divampati a sud della capitale, liquidati dal Comune come «incendi di arbusti». La coincidenza temporale e la natura strategica degli obiettivi alimentano però lo spettro di una campagna di sabotaggi preventivi, nonostante le secche smentite di Israele e Stati Uniti su un loro coinvolgimento diretto.

In questo clima di massima allerta, con il sindaco di Teheran Alireza Zakani impegnato a trasformare i parcheggi sotterranei in rifugi per due milioni di cittadini, è arrivata però la sorpresa diplomatica. Ali Larijani, segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, ha rotto il silenzio serale parlando apertamente di «progressi nei negoziati». In un messaggio che sembra voler disinnescare la psicosi bellica, Larijani ha confermato che la definizione di un quadro negoziale con gli USA sta procedendo «contrariamente alla propaganda di guerra».

Poche ore dopo, la conferma è giunta dallo stesso Donald Trump. Pur evocando l’immagine di un’«armada» navale già in rotta verso le coste iraniane, il presidente americano ha ammesso la distensione in corso: «L’Iran sta parlando con noi, vedremo se possiamo fare qualcosa». Un equilibrismo perfetto tra la minaccia della forza e la ricerca di un’intesa che metta fine alle ambizioni nucleari di Teheran e garantisca la revoca delle sanzioni, come auspicato in mattinata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

La strada resta tuttavia in salita. Il presidente Masoud Pezeshkian continua a denunciare i tentativi occidentali di «fare a pezzi la nazione», mentre i vertici militari mantengono il «dito sul grilletto». Se il negoziato dovesse fallire, la risposta di Teheran sarà «proporzionata ed efficace», avvertono i consiglieri della Guida Suprema. Per ora, tra le macerie di Bandar Abbas e le stanze del potere a Washington, la parola passa ai diplomatici, nel tentativo di fermare una flotta che sembra già troppo vicina all’orizzonte.

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