Prezzi elevati, scorte inferiori alla media e tensioni internazionali spingono la Commissione a rinviare alcuni obblighi per chi importa gas, petrolio e carbone. L’obiettivo climatico non cambia, ma la sicurezza energetica torna al centro delle scelte europee
di Redazione
(EN24) – L’Europa torna a fare i conti con la fragilità della propria sicurezza energetica. A quattro anni dalla grande crisi provocata dalla drastica riduzione delle forniture russe, Bruxelles si prepara ad affrontare un nuovo inverno segnato da prezzi elevati del gas e del petrolio, riserve meno abbondanti rispetto agli anni precedenti e forti tensioni sui mercati internazionali. In questo scenario la Commissione europea ha deciso di proporre il rinvio di un anno di alcuni obblighi previsti dal regolamento comunitario sulle emissioni di metano per gli importatori di combustibili fossili. Una scelta che non cancella né modifica gli obiettivi climatici dell’Unione, ma segnala quanto la sicurezza degli approvvigionamenti sia tornata a condizionare concretamente il percorso della transizione energetica.
La misura riguarda in particolare gli obblighi di monitoraggio, rendicontazione e verifica delle emissioni di metano associate alle importazioni di gas naturale, petrolio e carbone. La Commissione propone di concedere agli operatori dodici mesi in più per adeguarsi alle nuove regole, motivando la decisione con la necessità di evitare ulteriori pressioni sui mercati energetici in una fase geopolitica particolarmente delicata. Il provvedimento dovrà ora essere esaminato e approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Bruxelles insiste sul fatto che si tratti di un aggiustamento tecnico e temporaneo, non di un arretramento sulla politica climatica.
Il contesto, però, spiega il peso politico della decisione. Le tensioni in Medio Oriente e le difficoltà che interessano alcune delle principali rotte di approvvigionamento hanno riportato il prezzo dei combustibili fossili su livelli molto elevati. Secondo dati citati dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen all’inizio di ottobre, dalla fine di febbraio il prezzo del gas in Europa è cresciuto del 140%, mentre quello del gasolio è raddoppiato. Dall’inizio della guerra in Iran, ha aggiunto von der Leyen, l’aumento del costo dei combustibili fossili importati avrebbe comportato per l’Europa un esborso aggiuntivo nell’ordine dei 100 miliardi di euro.
La situazione delle scorte contribuisce ad aumentare la prudenza. La Commissione europea ha comunicato l’8 ottobre che i livelli di stoccaggio sono inferiori a quelli registrati mediamente negli ultimi anni. L’analisi di ENTSOG, la rete europea dei gestori dei sistemi di trasporto del gas, ritiene comunque che l’Unione disponga oggi di infrastrutture sufficientemente flessibili per affrontare l’inverno, soprattutto grazie alla maggiore capacità di importare gas naturale liquefatto, alla diversificazione delle fonti e alla riduzione dei consumi rispetto alla situazione del 2021-2022. Il sistema appare quindi più resistente, ma non immune da rischi, soprattutto in presenza di un inverno particolarmente freddo o di nuove interruzioni delle forniture internazionali.
Le stime raccolte sui mercati indicano che i depositi europei potrebbero arrivare all’inizio dell’inverno con livelli compresi tra il 75 e il 78% della capacità, inferiori alla media degli ultimi cinque anni. La concorrenza con l’Asia per assicurarsi i carichi di gas naturale liquefatto resta inoltre molto elevata, mentre le difficoltà negli approvvigionamenti dal Medio Oriente hanno ridotto la disponibilità globale. In questa situazione ogni ulteriore vincolo che possa scoraggiare o rallentare le importazioni viene valutato da Bruxelles anche alla luce delle conseguenze sui prezzi per famiglie e imprese.
È proprio qui che entra in gioco il regolamento europeo sul metano. Approvato nel 2024, rappresenta uno dei pilastri della strategia climatica dell’Unione perché interviene su un gas serra molto più potente della CO₂ nel breve periodo e responsabile di una quota importante del riscaldamento globale. La normativa stabilisce obblighi progressivi di trasparenza e controllo lungo l’intera filiera dei combustibili fossili, includendo per la prima volta anche le emissioni collegate alle importazioni provenienti da Paesi terzi. L’obiettivo è evitare che l’Europa riduca le proprie emissioni interne continuando però ad acquistare gas, petrolio e carbone prodotti all’estero con standard ambientali molto inferiori.
L’applicazione delle norme agli importatori ha però incontrato difficoltà. Diverse aziende e alcuni governi europei hanno segnalato che numerosi fornitori internazionali non dispongono ancora di sistemi di misurazione e certificazione compatibili con quelli richiesti dall’Unione. Gli Stati Uniti, diventati negli ultimi anni il principale fornitore di gas naturale liquefatto dell’Europa, hanno espresso preoccupazioni per il rischio che le regole possano creare ostacoli alle esportazioni. Anche grandi operatori energetici hanno avvertito che un’applicazione immediata avrebbe potuto ridurre il numero di fornitori in grado di accedere al mercato europeo proprio nel momento in cui Bruxelles sta cercando di diversificare il più possibile gli approvvigionamenti.
La decisione europea fotografa così una tensione sempre più evidente tra tre obiettivi che Bruxelles deve cercare di perseguire contemporaneamente: sicurezza energetica, competitività industriale e decarbonizzazione. Ridurre rapidamente le emissioni e l’uso dei combustibili fossili rimane un obiettivo strategico, ma nel breve periodo l’Unione continua a dipendere in misura significativa dalle importazioni di gas e petrolio. Quando le forniture diventano più costose o meno sicure, il rischio è che le politiche ambientali entrino in conflitto con la necessità di garantire energia sufficiente a prezzi sostenibili.
La questione è particolarmente rilevante per l’industria europea. Siderurgia, chimica, vetro, carta, ceramica, fertilizzanti e numerosi altri settori ad alta intensità energetica hanno già subito negli ultimi anni un forte aumento dei costi rispetto ai concorrenti statunitensi e asiatici. Un ulteriore rialzo di gas ed elettricità rischia di comprimere i margini delle imprese, ridurre gli investimenti e accelerare processi di delocalizzazione. Per questo diversi governi chiedono da mesi alla Commissione di considerare la competitività industriale come parte integrante della politica energetica e climatica.
La stessa Commissione sta valutando nuove misure di emergenza. Tra le ipotesi allo studio c’è anche una possibile tassazione europea degli extraprofitti delle compagnie petrolifere e del gas, sul modello di quanto avvenne durante la crisi energetica del 2022. Il commissario europeo al Clima e alla Fiscalità Wopke Hoekstra ha confermato la costituzione di un gruppo di lavoro incaricato di esaminare fattibilità, effetti economici e problemi giuridici di una misura di questo tipo. La discussione nasce dall’impennata delle quotazioni del petrolio, con il Brent arrivato vicino ai 120 dollari al barile, e dalla richiesta di diversi governi di utilizzare una parte degli utili straordinari del settore energetico per aiutare famiglie e imprese.
Il problema non riguarda soltanto il gas. Anche il mercato dei prodotti petroliferi sta mostrando segnali di forte tensione. L’Agenzia internazionale dell’energia ha avvertito che le difficoltà nell’approvvigionamento di diesel potrebbero protrarsi anche nel 2027. Le interruzioni provocate dai conflitti in Medio Oriente e dalla guerra tra Russia e Ucraina hanno ridotto significativamente le esportazioni di distillati, facendo salire i margini di raffinazione a livelli eccezionali. Il diesel è una voce particolarmente sensibile perché incide direttamente sui costi del trasporto merci, dell’agricoltura e di numerose attività industriali, con effetti che possono trasferirsi rapidamente sull’inflazione.
Bruxelles continua comunque a sostenere che l’Europa sia oggi molto meno vulnerabile rispetto al 2022. Quattro anni fa circa il 45% delle importazioni europee di gas proveniva dalla Russia; oggi, secondo i dati illustrati da von der Leyen, la quota è scesa intorno al 12% e l’obiettivo dell’Unione resta quello di azzerarla entro la fine del 2027. Nel frattempo oltre il 70% dell’elettricità europea proverrebbe ormai da fonti interne a basse emissioni, considerando insieme rinnovabili e nucleare. È una trasformazione importante, ma che non ha ancora eliminato la dipendenza dai combustibili fossili importati nei settori industriali, nel riscaldamento e nei trasporti.
Il rinvio delle norme sul metano assume quindi un significato più ampio del semplice spostamento di una scadenza. È il segnale di una politica europea che cerca di adattare la velocità della transizione alle condizioni reali dei mercati energetici. Bruxelles continua a ribadire che la riduzione delle emissioni di metano resta uno degli strumenti più efficaci per contrastare il riscaldamento globale e che la normativa approvata nel 2024 non viene messa in discussione. Ma nello stesso tempo riconosce che imporre immediatamente tutti gli obblighi potrebbe restringere l’offerta di combustibili proprio mentre l’Europa affronta un nuovo rischio di scarsità e prezzi elevati.
È questa la differenza sostanziale da chiarire: l’Unione europea non sta rinviando la lotta alle emissioni di metano nel suo complesso. Sta proponendo di posticipare di dodici mesi alcuni adempimenti che riguardano soprattutto la capacità degli importatori di dimostrare e certificare come vengono misurate le emissioni lungo le filiere estere. Gli obiettivi climatici restano formalmente invariati e anche il resto del regolamento continua ad applicarsi secondo il calendario previsto.
La scelta, tuttavia, apre inevitabilmente un dibattito politico. Per i sostenitori della maggiore flessibilità si tratta di evitare che regole pensate per ridurre le emissioni producano nell’immediato carenze di forniture, aumenti dei prezzi e perdita di competitività. Per le organizzazioni ambientaliste e per chi teme un rallentamento della transizione, ogni rinvio rischia invece di indebolire la pressione sui produttori internazionali affinché riducano le perdite di metano lungo pozzi, gasdotti e infrastrutture.
Dietro questa discussione c’è una questione ancora più profonda: l’Europa sta entrando nella fase più difficile della transizione energetica. I primi risultati sono stati ottenuti aumentando le rinnovabili, diversificando le forniture e riducendo la dipendenza dalla Russia. Ora però bisogna decarbonizzare settori industriali complessi senza perdere produzione, occupazione e competitività e, contemporaneamente, garantire energia sufficiente durante periodi di instabilità internazionale.
L’inverno 2026-2027 sarà quindi un banco di prova. Se le temperature resteranno miti e i flussi di gas naturale liquefatto saranno regolari, il sistema europeo dispone secondo Bruxelles degli strumenti per affrontare la stagione senza emergenze. Un inverno rigido, un ulteriore deterioramento della situazione in Medio Oriente o nuove interruzioni delle forniture potrebbero invece riportare rapidamente al centro il tema dei prezzi, degli stoccaggi e delle misure straordinarie.
La scelta sul metano va letta proprio dentro questo equilibrio precario. L’Europa non rinuncia formalmente alla decarbonizzazione, ma riconosce che la transizione energetica non può essere separata dalla sicurezza delle forniture. La vera sfida sarà evitare che l’emergenza diventi permanente: perché ogni rinvio può essere comprensibile in una fase eccezionale, ma la risposta strutturale resta la stessa che Bruxelles indica da anni — consumare meno combustibili fossili, produrre più energia all’interno dell’Unione e ridurre la dipendenza dalle crisi geopolitiche che continuano a determinare il prezzo dell’energia europea.

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