Meloni ribadisce che la continuità della produzione siderurgica è una priorità nazionale, ma il futuro dell’ex Ilva si gioca ormai su più tavoli: gara, Cassazione, decarbonizzazione, occupazione e tutela della salute. Taranto resta il punto in cui si misura la capacità dell’Italia di tenere insieme industria e diritti
di Redazione
ROMA (EN24) – Non è più soltanto il futuro di una fabbrica. E non è neppure, ormai da tempo, soltanto una vertenza sindacale. Il dossier ex Ilva è diventato una delle questioni attraverso cui si misura la capacità dell’Italia di mantenere una grande industria siderurgica, garantire la tutela della salute, accompagnare la transizione ambientale e non disperdere migliaia di posti di lavoro e competenze costruite in decenni. È in questo quadro che Giorgia Meloni ha ribadito la posizione del governo: assicurare continuità alla produzione di acciaio resta una priorità, insieme alla salvaguardia dell’occupazione e al pieno rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini. L’esecutivo, ha spiegato la presidente del Consiglio, continua intanto a seguire la gara per la cessione degli impianti, dalla quale dovrebbe emergere il soggetto chiamato a costruire il futuro industriale del gruppo.
Sono parole che arrivano nel momento probabilmente più delicato dell’intera vicenda degli ultimi anni. A Taranto la produzione dell’area a caldo è stata sospesa e gli impianti sono mantenuti, per quanto possibile, in una condizione di “hot stand-by”, in attesa della decisione della Corte di Cassazione fissata per il 20 ottobre. La Corte d’Appello di Milano ha infatti confermato il provvedimento che impone lo spegnimento degli altoforni entro la fine del mese, ritenendo prevalente il diritto alla salute rispetto all’interesse economico. Se dalla Cassazione non arriverà una decisione favorevole alle amministrazioni straordinarie, il percorso verso lo spegnimento definitivo diventerebbe estremamente difficile da arrestare.
È proprio qui che si concentra la contraddizione più profonda. Da una parte lo Stato afferma che l’Italia non può rinunciare alla produzione di acciaio; dall’altra il principale polo siderurgico del Paese si trova con gli impianti progressivamente fermi, una parte crescente dei lavoratori esposta agli ammortizzatori sociali e una gara ancora aperta per individuare il nuovo assetto proprietario. La vicenda ha assunto così i contorni di una corsa contro il tempo, nella quale ogni settimana perduta rischia di incidere non soltanto sugli impianti, ma sulla credibilità stessa di qualsiasi futuro piano di rilancio.
L’acciaio prodotto a Taranto non è infatti una merce qualsiasi. La siderurgia primaria è una delle infrastrutture industriali sulle quali si reggono filiere come automotive, meccanica, elettrodomestici, cantieristica, costruzioni, infrastrutture e difesa. Per questo la continuità produttiva viene considerata un interesse strategico nazionale. Dipendere strutturalmente dall’importazione di acciaio significherebbe esporre una parte importante dell’industria italiana alle oscillazioni dei mercati internazionali, ai costi logistici e alle tensioni geopolitiche. La questione ex Ilva riguarda dunque Taranto, ma va molto oltre Taranto.
Il problema è che la continuità industriale non può più essere concepita come un semplice ritorno al passato. Il vecchio modello produttivo ha accumulato negli anni un conflitto sociale, ambientale e sanitario che nessun governo può ormai ignorare. È questo il punto sul quale la vicenda dell’ex Ilva continua a differenziarsi da molte altre crisi industriali italiane: qui il lavoro non può essere contrapposto alla salute, né la salute può essere trattata come una variabile secondaria rispetto alla produzione. La stessa giustizia civile ha posto questo principio al centro delle proprie decisioni, stabilendo che la tutela della salute deve prevalere laddove non risultino garantite condizioni compatibili con i diritti fondamentali delle persone.

La vera partita, quindi, non è decidere se produrre oppure non produrre acciaio. È stabilire come produrlo, con quali impianti, con quali tecnologie, con quali livelli emissivi e con quale capacità di garantire contemporaneamente occupazione, competitività e sicurezza ambientale. È questo il passaggio sul quale si gioca la credibilità di qualunque progetto industriale futuro.
La decarbonizzazione diventa di conseguenza il nodo centrale. Da anni si parla del progressivo superamento del ciclo integrale tradizionale, della realizzazione di forni elettrici, dell’utilizzo del preridotto e di tecnologie capaci di abbattere drasticamente le emissioni. Ma trasformare queste indicazioni in un vero sistema produttivo richiede investimenti enormi, tempi certi, infrastrutture energetiche, disponibilità di materie prime e soprattutto un soggetto industriale disposto a sostenere il peso economico della transizione.
Ed è qui che la gara assume un significato che va molto oltre il semplice passaggio di proprietà. Il nuovo investitore non dovrà soltanto acquisire gli stabilimenti: dovrà dimostrare di avere capitale, capacità industriale, accesso alle materie prime, competenze tecnologiche e una strategia credibile per accompagnare il gruppo verso una produzione ambientalmente sostenibile. Il termine per la presentazione delle offerte, inizialmente fissato a metà ottobre, è stato prorogato all’8 novembre, anche per consentire alla cordata di produttori italiani di definire un’eventuale proposta.
La stessa ipotesi di un coinvolgimento dello Stato resta sullo sfondo. Fonti vicine ai commissari hanno ricordato che il governo ha manifestato disponibilità a sostenere soggetti industriali interessati all’operazione, ma che ogni valutazione su un’eventuale partecipazione pubblica potrà essere fatta soltanto quando le offerte saranno formalmente presentate. È un punto delicato, perché la presenza dello Stato potrebbe assumere forme diverse: garanzia finanziaria, partecipazione diretta, sostegno alla transizione o accompagnamento degli investimenti. Ma qualsiasi soluzione dovrà fare i conti con le regole europee sugli aiuti di Stato e con la necessità di evitare che l’intervento pubblico si trasformi ancora una volta in una gestione emergenziale senza una prospettiva industriale definitiva.

Nel frattempo la crisi si è già propagata oltre Taranto. Gli stabilimenti di Genova Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi dipendono dalla disponibilità di semilavorati e coils provenienti dal ciclo siderurgico. Acciaierie d’Italia ha annunciato la prospettiva di una fermata temporanea degli impianti del Nord entro il 15 novembre, provocando una reazione immediata delle amministrazioni locali e delle organizzazioni sindacali. A Genova si cerca ora una soluzione che consenta di acquistare sul mercato semilavorati necessari alle lavorazioni a freddo, mantenendo così in attività lo stabilimento anche durante la fase di stallo di Taranto.
Questo passaggio aiuta a comprendere quanto la filiera ex Ilva sia interconnessa. Se si ferma Taranto, le conseguenze non si esauriscono all’interno del perimetro pugliese. La crisi si trasferisce sugli impianti del Nord, sulle imprese dell’indotto, sulla logistica e sui clienti industriali. È una catena nella quale l’assenza di materia prima può rapidamente trasformarsi in perdita di commesse, ammortizzatori sociali, riduzione delle competenze e progressivo impoverimento della struttura industriale.
A Taranto, intanto, il conflitto sociale è tornato ad assumere toni durissimi. I lavoratori di Acciaierie d’Italia, Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto hanno avviato scioperi e blocchi chiedendo garanzie che vadano oltre la semplice estensione della cassa integrazione. Fim, Fiom, Uilm e Usb chiedono un vero piano industriale di decarbonizzazione, un piano sociale per i lavoratori diretti e dell’appalto e un ruolo dello Stato come garante della transizione.
La protesta ha avuto ripercussioni anche fuori dalla fabbrica. I blocchi nell’area industriale di Taranto hanno interessato gli accessi alla raffineria Eni e prodotto difficoltà nella distribuzione di carburante in parte del Mezzogiorno. Secondo Reuters, oltre cinquanta stazioni di servizio erano rimaste senza rifornimenti e si erano registrate criticità anche negli aeroporti di Bari e Brindisi. È un segnale di quanto la vertenza sia ormai intrecciata con l’intero sistema economico e logistico dell’area.

Il governo ha risposto con nuove misure. Il Consiglio dei ministri ha deciso di mantenere gli impianti dell’area a caldo in condizioni che ne preservino, fin dove possibile, la possibilità di riavvio e ha previsto strumenti per favorire il reimpiego dei lavoratori, incentivi contributivi per le assunzioni, protezioni per l’indotto, progetti di reindustrializzazione e un prestito da 40,5 milioni di euro. Sono misure pensate per impedire che la fase di transizione si trasformi in un collasso irreversibile. Ma da sole non risolvono la questione industriale: possono comprare tempo, non sostituire un piano.
Ed è forse proprio il tempo la risorsa che oggi manca di più. Gli impianti siderurgici non sono interruttori che si accendono e si spengono senza conseguenze. Una fermata prolungata modifica gli equilibri tecnici, richiede manutenzione, gestione termica, approvvigionamento di materie prime e ingenti risorse per una successiva ripartenza. RaiNews ha ricordato che, anche nel caso di una decisione favorevole della Cassazione, potrebbero essere necessari almeno due mesi per ricostituire gli approvvigionamenti di materie prime via nave, dopo il rallentamento degli acquisti successivo al provvedimento giudiziario di luglio. Questo significa che ogni decisione assunta oggi produrrà conseguenze per mesi.
Ma il nodo più difficile resta quello occupazionale. Migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto guardano alla gara e alla decarbonizzazione con una domanda molto concreta: quanti posti resteranno? Una siderurgia basata su forni elettrici e tecnologie più moderne richiede infatti una struttura produttiva diversa rispetto al ciclo integrale tradizionale. Confartigianato Taranto, in una simulazione riferita a uno scenario produttivo da quattro milioni di tonnellate annue con Dri, due forni elettrici, metallurgia secondaria e colata, ha stimato una possibile occupazione diretta nell’ordine di 2.800-3.500 addetti. È soltanto una simulazione, non un piano ufficiale, ma rende evidente la dimensione della questione sociale che accompagna la transizione.
Per questo non è sufficiente parlare genericamente di riconversione. Una trasformazione industriale di queste dimensioni ha bisogno di un piano sociale altrettanto importante quanto quello tecnologico: formazione, riqualificazione professionale, accompagnamento alla pensione, nuove attività produttive, investimenti alternativi e capacità di attrarre imprese. Altrimenti il rischio è che la decarbonizzazione venga percepita dal territorio non come una modernizzazione, ma come una progressiva riduzione della presenza industriale.
C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato: Taranto ha pagato per decenni un prezzo altissimo alla convivenza con il grande stabilimento. Quartieri come Tamburi sono diventati il simbolo di un conflitto nel quale salute, ambiente e lavoro sono stati troppo spesso presentati come interessi incompatibili. Qualunque progetto futuro che chieda nuovamente fiducia alla città dovrà partire da una rottura netta con questa impostazione. Non basteranno promesse di ambientalizzazione. Serviranno dati, controlli, cronoprogrammi verificabili e responsabilità precise.

È in questo senso che le parole di Meloni sulla necessità di garantire produzione, occupazione, salute e ambiente assumono un significato che va misurato sui fatti. Tenere insieme questi quattro elementi è esattamente il problema che l’Italia non è riuscita a risolvere definitivamente negli ultimi quattordici anni.
Dal sequestro degli impianti del 2012 si sono succeduti governi, commissariamenti, decreti, accordi, investitori e contenziosi. Ogni volta la soluzione è sembrata vicina, e ogni volta una nuova emergenza ha riportato il dossier al punto di partenza. Il rischio maggiore, oggi, è ripetere lo stesso schema: intervenire per superare l’urgenza immediata senza stabilire quale debba essere l’assetto definitivo della siderurgia italiana.
La gara rappresenta dunque un passaggio cruciale, ma non può essere considerata una soluzione in sé. Tutto dipenderà dalla qualità delle offerte, dalla solidità finanziaria degli investitori, dal piano ambientale, dai livelli produttivi promessi, dall’occupazione garantita e dalla capacità di finanziare la transizione tecnologica. Vendere gli impianti senza risolvere questi nodi significherebbe soltanto trasferire il problema.
C’è infine una dimensione europea. L’Unione europea chiede all’industria pesante di ridurre rapidamente le emissioni, ma allo stesso tempo deve evitare che la transizione provochi la scomparsa della siderurgia continentale a vantaggio di Paesi con standard ambientali meno stringenti. L’acciaio verde richiede grandi quantità di energia a prezzi competitivi, infrastrutture adeguate e una politica industriale capace di sostenere investimenti miliardari. Taranto è quindi anche un test per capire se l’Europa riuscirà davvero a coniugare decarbonizzazione e autonomia industriale. La questione ex Ilva arriva così al suo passaggio forse più difficile.
Il 20 ottobre parlerà la Cassazione. L’8 novembre scadrà il nuovo termine della gara. Nel mezzo ci saranno giorni decisivi per mantenere gli impianti nelle condizioni tecniche necessarie a un possibile riavvio, per gestire la protesta dei lavoratori e per evitare che la crisi di Taranto trascini con sé gli stabilimenti del Nord e una parte dell’indotto.
Ma oltre le date, c’è una domanda di fondo alla quale la politica italiana deve finalmente rispondere: vuole ancora produrre acciaio primario in Italia? Se la risposta è sì, occorre stabilire con chiarezza quale acciaio, con quali tecnologie, con quali capitali e soprattutto con quali garanzie per chi lavora e per chi vive accanto alla fabbrica. Perché il vero fallimento sarebbe continuare a considerare salute, lavoro e industria come tre obiettivi tra i quali scegliere. La sfida dell’ex Ilva è precisamente l’opposto: dimostrare che un Paese industriale maturo è capace di tenerli insieme.

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