Washington colpisce radar, difese aeree e basi navali nel sud dell’Iran. Teheran risponde con missili e droni contro obiettivi americani in Giordania, Kuwait e Bahrein
di Redazione
(EN24) – La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una nuova fase di escalation dopo l’abbattimento di un elicottero Apache americano vicino allo Stretto di Hormuz. Nella notte, le forze statunitensi hanno lanciato una serie di raid contro obiettivi militari iraniani lungo la costa meridionale della Repubblica islamica, colpendo radar, sistemi di difesa aerea, postazioni di controllo e installazioni navali in una delle aree più sensibili del Golfo.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. I Pasdaran hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro basi statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrein, presentandoli come rappresaglia per i bombardamenti americani. Washington sostiene che gran parte dei vettori iraniani sia stata intercettata e che, al momento, non risultino vittime né danni significativi alle installazioni americane.
Il nuovo scambio di fuoco rappresenta una delle crisi più gravi dall’avvio del cessate il fuoco di aprile. L’episodio che ha fatto precipitare la situazione è stato l’abbattimento di un elicottero Apache statunitense in pattugliamento nell’area di Hormuz. Secondo fonti americane, il velivolo sarebbe stato colpito da un drone d’attacco iraniano; i due membri dell’equipaggio sono stati recuperati senza ferite.
La rappresaglia americana è durata diverse ore. Secondo le ricostruzioni internazionali, i raid hanno interessato quasi venti obiettivi iraniani. Tra le aree colpite figurano Qeshm, Sirik, Jask e Bandar Abbas, località strategiche affacciate sul Golfo e vicine allo Stretto di Hormuz. Fonti iraniane hanno riferito di esplosioni e danni a strutture militari, mentre Teheran ha denunciato nuovi attacchi contro la propria sovranità.
Gli Stati Uniti definiscono l’operazione una risposta proporzionata e difensiva. L’obiettivo dichiarato era degradare le capacità iraniane di sorveglianza, difesa aerea e controllo delle rotte nel Golfo, dopo l’attacco all’elicottero americano. La Casa Bianca, però, ha accompagnato l’azione militare con un linguaggio politico sempre più duro.
Donald Trump ha accusato Teheran di aver perso troppo tempo nei negoziati per un accordo e ha scritto che l’Iran “dovrà pagarne il prezzo”. In un’intervista a Fox, il presidente americano ha anche lasciato intendere di essere vicino a ordinare nuovi attacchi, evocando la possibilità di colpire infrastrutture più sensibili se la Repubblica islamica continuerà a non accettare le condizioni poste da Washington.
Teheran, al contrario, accusa gli Stati Uniti di aver violato ripetutamente il cessate il fuoco e di voler usare la pressione militare per imporre un accordo. Il ministero degli Esteri iraniano ha fatto sapere che valuterà se proseguire i negoziati, sostenendo che qualunque processo diplomatico richiede un ambiente minimo di stabilità. Per l’Iran, la presenza militare americana nel Golfo resta la causa principale del rischio di incidenti e scontri.
Particolarmente delicato il fronte dei Paesi del Golfo. In Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta statunitense, sono risuonate le sirene dopo la rivendicazione iraniana di un attacco con droni. Il Kuwait ha attivato le proprie difese aeree contro obiettivi considerati ostili. La Giordania ha dichiarato di aver intercettato missili diretti verso la base di al-Azraq, senza registrare feriti o danni.
I Pasdaran sostengono di aver colpito obiettivi militari americani, compresi hangar per caccia F-35 e centri di comando. Le autorità statunitensi e i Paesi coinvolti ridimensionano invece l’impatto dell’attacco, parlando di intercettazioni riuscite e assenza di conseguenze operative rilevanti. Come spesso accade in una fase di conflitto aperto, le versioni delle parti restano divergenti e non tutte le rivendicazioni possono essere verificate in modo indipendente.
Al centro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, snodo vitale per il traffico mondiale di petrolio e gas. Prima della guerra, da questo passaggio transitava una quota fondamentale delle esportazioni energetiche globali. Le restrizioni alla navigazione imposte dall’Iran e il blocco americano dei porti iraniani continuano ad alimentare tensioni che hanno effetti immediati anche sui mercati: dopo le parole di Trump e i raid notturni, il petrolio è tornato a salire.
La diplomazia non è del tutto ferma, ma appare sempre più fragile. Secondo Reuters, mediatori del Qatar sono attesi a Teheran dopo consultazioni con gli Stati Uniti, nel tentativo di salvare una trattativa che dovrebbe portare alla riapertura di Hormuz, alla definizione di garanzie sul nucleare iraniano e a un allentamento progressivo della pressione militare. Ma l’ultimo scambio di attacchi rischia di rendere il percorso ancora più complicato.
Le condizioni delle due parti restano distanti. Washington chiede che ogni intesa impedisca in modo permanente all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare e pretende garanzie sulla libertà di navigazione. Teheran chiede la revoca delle sanzioni, il rilascio di beni congelati, il riconoscimento del proprio ruolo sullo Stretto e la fine delle ostilità regionali, compreso il fronte libanese.
Il quadro è reso ancora più instabile dal coinvolgimento di Israele e dalle tensioni con Hezbollah in Libano. La guerra tra Israele e gruppi sostenuti dall’Iran prosegue parallelamente e ogni raid nel Golfo rischia di alimentare nuove ritorsioni su più fronti. La crisi non è più soltanto bilaterale tra Washington e Teheran: coinvolge l’intero equilibrio regionale.
Il rischio più grande è che la pressione militare, usata da entrambe le parti come leva negoziale, finisca per divorare lo spazio della diplomazia. Trump vuole mostrare forza e ottenere un accordo da posizione dominante; l’Iran vuole dimostrare di non poter essere costretto alla resa. In mezzo ci sono basi americane, rotte energetiche, Paesi del Golfo e una regione già attraversata da conflitti intrecciati.
La notte del 10 giugno consegna dunque un messaggio chiaro: il cessate il fuoco è formalmente ancora in piedi, ma la sua tenuta appare sempre più precaria. Ogni nuovo incidente nello Stretto di Hormuz può trasformarsi in un’escalation più ampia. E mentre i mediatori provano a riaprire il canale diplomatico, missili, droni e raid aerei continuano a dettare il ritmo della crisi.

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