Washington e Teheran si accusano a vicenda mentre i negoziati restano appesi a un filo. Trump parla di accordo possibile, ma la crisi nello Stretto di Hormuz torna a infiammarsi
di Redazione
(EN24) – Una nuova notte di tensione riporta Stati Uniti e Iran sull’orlo dell’escalation nel Golfo Persico. Missili, droni, accuse incrociate e raid sull’isola iraniana di Qeshm hanno segnato uno degli scambi più gravi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dello scorso aprile, mentre le trattative per una de-escalation regionale restano sospese tra aperture diplomatiche e minacce militari.
Secondo le ricostruzioni diffuse nella mattinata del 3 giugno, le forze iraniane avrebbero rivendicato attacchi con missili e droni contro obiettivi militari americani nella regione, tra cui la sede della Quinta Flotta Usa in Bahrein e installazioni legate alla presenza statunitense nel Golfo. Washington, dal canto suo, sostiene che gli attacchi siano stati intercettati o abbiano mancato i bersagli, senza provocare vittime né danni significativi.
La nuova crisi sarebbe stata innescata da un’azione americana sull’isola di Qeshm, punto strategico all’imbocco dello Stretto di Hormuz. Secondo i Guardiani della Rivoluzione, gli Stati Uniti avrebbero colpito una torre di telecomunicazioni dell’Irgc nel sud dell’isola e una petroliera battente bandiera del Botswana diretta verso il terminal iraniano di Kharg. Il Comando centrale americano ha invece presentato l’operazione come una misura difensiva legata al blocco navale imposto ai porti iraniani, sostenendo che la nave non avrebbe rispettato le restrizioni.
La risposta iraniana, secondo Teheran, avrebbe preso di mira basi e mezzi militari statunitensi in Bahrein e Kuwait. L’Irgc ha rivendicato il lancio di missili balistici verso il Kuwait, definendo l’operazione una “prima risposta” e minacciando ritorsioni più dure in caso di nuove azioni americane. Gli Stati Uniti respingono però la versione iraniana e affermano che i missili diretti verso il Kuwait sarebbero caduti prima di raggiungere gli obiettivi o si sarebbero disintegrati in volo.
Ancora più delicato il fronte del Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta statunitense. Secondo Washington, tre missili diretti verso l’area sarebbero stati intercettati dalle difese aeree americane e bahreinite. Anche una successiva ondata di droni iraniani contro le forze Usa in Kuwait sarebbe stata abbattuta. La narrazione americana punta a trasmettere un messaggio di controllo militare; quella iraniana, al contrario, insiste sulla capacità di colpire interessi statunitensi in tutta la regione.
Nel mezzo c’è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più sensibile della crisi. L’Iran ha avvertito che ogni minaccia alla sicurezza dello Stretto avrà un prezzo elevato per le forze americane. Washington continua invece a chiedere la riapertura piena della navigazione, senza restrizioni e senza pedaggi, considerandola una condizione essenziale per qualunque intesa.
Il nuovo scambio militare arriva mentre i negoziati tra Stati Uniti e Iran procedono tra segnali contraddittori. Nei giorni scorsi si era parlato di un possibile accordo per estendere il cessate il fuoco e riaprire Hormuz. Donald Trump ha dichiarato di ritenere possibile un’intesa entro la prossima settimana, ma il clima sul terreno racconta una realtà molto più fragile.
Il nodo resta duplice: nucleare e libertà di navigazione. Washington vuole garanzie più stringenti sul programma atomico iraniano e sul materiale già arricchito; Teheran chiede risultati concreti, alleggerimento delle pressioni e riconoscimento del proprio ruolo regionale. Il rischio è che ogni incidente militare diventi un argomento usato da una parte per irrigidire le condizioni e dall’altra per alzare il prezzo del negoziato.
A complicare ulteriormente lo scenario c’è il fronte israelo-libanese. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che le operazioni nel sud del Libano proseguiranno secondo i piani, nonostante le pressioni americane per evitare una nuova avanzata verso Beirut. Secondo diverse ricostruzioni, tra Trump e Netanyahu ci sarebbe stata una telefonata tesa, segno che anche il rapporto tra Washington e Tel Aviv attraversa una fase delicata.
Le tensioni regionali rischiano così di saldarsi in un’unica crisi. Il Golfo, lo Stretto di Hormuz, il Libano, Israele, l’Iran e la presenza militare americana diventano parti di uno stesso quadro instabile, nel quale un attacco locale può produrre effetti molto più ampi. Per questo la notte di missili e droni non è solo un episodio militare: è un test sulla tenuta del cessate il fuoco e sulla credibilità del percorso diplomatico.
I mercati energetici guardano con preoccupazione a ogni sviluppo. Hormuz resta una rotta vitale per petrolio e gas, e la sua chiusura parziale o totale può avere conseguenze immediate sui prezzi, sulle forniture e sulla sicurezza economica di molti Paesi. Ogni nuovo scontro nel Golfo aumenta il rischio di un effetto domino sulle economie già esposte al caro energia.
Per ora, nessuna delle due parti sembra voler dichiarare fallito il negoziato. Ma entrambe continuano a muoversi come se la pressione militare fosse parte della trattativa. È una strategia pericolosa: può servire a rafforzare la posizione al tavolo, ma può anche trasformare un incidente in una spirale incontrollabile.
La notte del 3 giugno consegna quindi un’immagine netta: la diplomazia resta aperta, ma il Golfo è di nuovo attraversato dal linguaggio delle armi. Se Trump vuole davvero arrivare a un accordo con Teheran entro pochi giorni, dovrà prima impedire che missili, droni e blocchi navali cancellino lo spazio politico rimasto per trattare.

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