Premio Caravaggio 2026, Salvo Stano: «Il giornalismo? Andare alla fonte, dove l’acqua non è inquinata»

La dott.ssa Chiara Orizio e il segretario Aldo Pontarelli premiano il nostro colaboratore Salvatore Stano

Dal primo microfono a 13 anni al Premio Caravaggio, passando per radio, televisione, giornali, scrittura cinematografica e teatrale. Salvatore Stano, conosciuto come Salvo Wurpless Stano, racconta quasi mezzo secolo di comunicazione, la passione per la ricerca storica, la fede, le fake news, i viaggi in Terra Santa, il lavoro di autore e sceneggiatore e perfino un titolo nobiliare rimasto a lungo nascosto.

di Anna Pistillo

(EN24) Di ritorno dal Premio Caravaggio, nella nostra redazione abbiamo intervistato Salvatore Wurpless, pseudonimo di Salvatore Stano, nostro collaboratore, per raccontare il riconoscimento appena ricevuto, ma anche una lunga storia professionale fatta di radio, televisione, giornali, scrittura, ricerca storica e una passione per la comunicazione nata quando era ancora giovanissimo.

Salvo, partiamo dal Premio Caravaggio. Te lo aspettavi?

Assolutamente no. È un riconoscimento che non mi aspettavo e proprio per questo mi ha fatto ancora più piacere. La prima cosa che voglio fare è ringraziare il presidente Pasqualino Buonfiglio e quanti hanno voluto segnalare il mio nominativo alla giuria. Essere indicato per un riconoscimento del genere è già motivo di soddisfazione, riceverlo lo è ancora di più. Dopo tanti anni passati tra microfoni, telecamere, giornali e tastiere, un premio così ha un sapore particolare.

Che sapore ha?

Quello delle cose che arrivano quando non te le aspetti più. E forse proprio per questo valgono ancora di più. È un po’ il sapore di tanti anni di lavoro, di esperienze diverse, di persone incontrate e di storie raccontate. Sono uno dei veterani della comunicazione. Avevo appena 13 anni quando, per la prima volta, parlai davanti al microfono di un’emittente del nord barese, Radio Barletta Stereo. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Poi sono arrivate tante esperienze in televisione e nei giornali, barcamenandomi anche tra la scrittura cinematografica e quella teatrale. Diciamo che stare fermo non è mai stato il mio forte.

Salvatore Stano con sua moglie e l’attore Enrico Montesano al Sistina

Salvatore Stano con Pippo Franco al Teatro Margherita

Per un lungo periodo sei stato anche sceneggiatore e autore televisivo.

Sì, è vero. È stata una fase molto importante del mio percorso e ci sono diversi lavori ai quali sono particolarmente legato: “Il Boss delle Pizze”, “Avanti Tutti Show”, “Karatepe, Hotel a Luci Rosa”, “Cinelab – La Fucina del Cinema” e tanti altri.

Sono esperienze che mi hanno permesso di sperimentare linguaggi diversi, passando dalla scrittura televisiva a quella cinematografica e teatrale, ma soprattutto mi hanno dato la possibilità di incontrare e conoscere personaggi importanti, dai quali ho imparato molto e che hanno contribuito alla mia crescita professionale e personale.

C’è qualcosa che ti è rimasto particolarmente da quel periodo?

Sicuramente il senso della squadra. Quando scrivi per il cinema o per la televisione capisci subito che un’idea, da sola, non basta. Deve passare attraverso attori, registi, tecnici, produzione. È un lavoro collettivo, e questo ti insegna molto anche nel giornalismo: ascoltare gli altri, capire i tempi, trovare il linguaggio giusto.

Ti sei fermato?

Assolutamente no. Ci sono nuovi lavori ai quali sto lavorando, ma in questo momento devo essere prudente. Alcuni sono già in concorso e il regolamento non mi consente di svelare dettagli o fare pubblicità prima dell’esito, pena l’esclusione.

Posso solo dire che si tratta di un lungometraggio e due corti d’autore.

Quindi il cassetto non è affatto vuoto.

No, per niente. Anzi. Ci sono progetti a cui tengo molto, ma bisogna saper rispettare i tempi. Quando sarà possibile parlarne, lo farò volentieri.

Con l’attrice Valentina Ghetti

Con Paolo Ruffini

Durante il Premio si è detto che, come Caravaggio seppe utilizzare la luce per far emergere volti, gesti e storie dall’ombra, così il Premio che porta il suo nome vuole portare all’attenzione pubblica persone che, attraverso il proprio impegno quotidiano, hanno lasciato una traccia nel proprio settore e nella comunità. Tu che traccia pensi di aver lasciato?

Se una traccia c’è, spero sia quella di un giornalismo un po’ alla Sherlock Holmes. Mi piace indagare, cercare gli indizi, mettere insieme i pezzi e soprattutto andare alla fonte. Perché, come dico sempre, bisogna arrivare dove l’acqua non è ancora inquinata. Mi fanno spesso i complimenti per i tanti articoli dedicati ai Vangeli, alla letteratura paolina, alle origini del cristianesimo e alla storia di Roma. E sono anche tra i pezzi che i lettori seguono con maggiore interesse. Ma dietro un articolo del genere c’è molto più lavoro di quanto possa sembrare. Prima di mandare online un pezzo cerco di seguire un metodo che, in un certo senso, trovo già nell’evangelista Luca, quando scrive: «così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato». Ecco, per me questo è fondamentale: cercare, confrontare, verificare e poi mettere ordine.

Quindi il tuo punto di partenza sono sempre le fonti?

Sempre. Prima cerco di capire cosa dicono davvero. Poi confronto, verifico, incrocio i dati. Solo dopo provo a costruire una lettura.

E oggi che l’informazione corre a una velocità impressionante, spesso senza neppure il tempo di controllare una notizia, quanto ti preoccupa il fenomeno delle fake news?

Molto. La penso come ha detto Papa Leone: le fake news sono una minaccia grave e distruttiva per la verità, la pace e la dignità umana. Per questo credo che oggi ci sia ancora più bisogno di un’informazione seria, trasparente e verificata. Poi, permettimi una battuta che però nasce da un riferimento molto serio: anche quando tornerà Cristo, prima arriveranno le fake news.

Addirittura?

Sì. Lo dico sorridendo, naturalmente, ma il Vangelo mette in guardia proprio dal rischio dell’inganno. Avverte che sorgeranno falsi messia e falsi profeti capaci di compiere segni e prodigi tali da ingannare, se possibile, anche gli eletti. E aggiunge che, se qualcuno dirà: «Ecco, il Cristo è qui» oppure «È là», non bisogna credergli. Quindi la battuta è questa, ma il messaggio è serio: non tutto ciò che appare convincente è vero. Ed è un principio che vale anche per il giornalismo. Cambiano i mezzi, cambiano le piattaforme, ma resta sempre la stessa responsabilità: verificare prima di credere e, soprattutto, prima di pubblicare.

Quindi anche il giornalista, in qualche modo, deve imparare a discernere?

Assolutamente sì. E dovrebbe farlo prima di chiedere ai lettori di farlo. Se pubblico una notizia senza averla controllata, non sto semplicemente commettendo un errore: sto consegnando quell’errore a centinaia o migliaia di persone. Oggi basta un clic perché una falsità faccia il giro del mondo prima ancora che la verità abbia avuto il tempo di mettersi le scarpe.

Con l’attore comico Uccio de Santis

Ci sono delle regole che segui quando ti accingi a scrivere, soprattutto quando affronti temi storici?

Una cosa per me è fondamentale: ogni epoca va capita con la mentalità del suo tempo. Se vuoi davvero “indagare” nella Storia, devi osservare i fatti per ciò che erano allora, senza colorarli con le idee, le categorie e i giudizi di oggi. Se non fai questo, rischi di non raccontare più la storia, ma di adattarla a ciò che pensiamo noi oggi.

In redazione, però, per noi sei anche il nostro “vaticanista”: quello che segue le notizie della Chiesa di oggi e, quando serve, va a cercare anche quelle di ieri. Da dove nasce questo interesse?

Credo che, per raccontare bene la Chiesa di oggi, bisogna conoscerne anche la storia. Non puoi capire fino in fondo un documento, una scelta del Papa, un Concilio o una discussione contemporanea se non sai da dove vengono certe parole, certe tradizioni, certi problemi. Per questo, quando seguo l’attualità ecclesiale, spesso mi capita di partire da una notizia di oggi e finire a leggere un testo di secoli fa. È quasi inevitabile.

Quindi il tuo modo di raccontare la Chiesa è sempre un po’ a ritroso?

Spesso sì. La cronaca ti dice cosa è successo. La storia prova a spiegarti perché ci sei arrivato. E a me interessa proprio questo passaggio: non fermarmi alla superficie della notizia. Poi, però, c’è anche un motivo più personale. Perché certe domande, prima ancora di essere giornalistiche, sono state domande mie.

Cioè?

Diciamo che nasce prima di tutto dalla fede, ma poi è diventato anche studio. Sono un cristiano e, grazie al Cammino Neocatecumenale, che per me è stato ed è un cammino di fede, ho riscoperto il significato del mio Battesimo.  Un tempo il mio parroco mi diceva spesso che ero un «ranocchietto d’acquasantiera».

Un ranocchietto d’acquasantiera? Cioè?

Sì. (Ride) Era il suo modo affettuoso per dirmi che ero uno di quelli sempre presenti in chiesa, vicino alle cose della religione, magari anche devoto, ma senza aver ancora compreso fino in fondo cosa significasse vivere davvero la fede. Il ranocchietto d’acquasantiera, in fondo, sta sempre lì: conosce l’ambiente, sa quando alzarsi, quando sedersi, conosce le preghiere… ma rischia di restare semplicemente attaccato all’acquasantiera. Mi diceva: “non essere come i banchi che stanno sempre in chiesa ma non sono santi”.

Quindi una fede più di abitudine che di consapevolezza?

Esattamente. Non era assenza di fede, ma una fede ancora molto legata alle abitudini e alle tradizioni ricevute fin da bambino. Il Cammino Neocatecumenale mi ha aiutato invece a riscoprire il Battesimo, ad approfondire la Parola di Dio e a vivere la fede in modo più consapevole e concreto.

Ed è da lì che nasce anche il tuo interesse per le Scritture e per la storia del cristianesimo?

Sì. C’è una frase di san Girolamo che mi accompagna da anni: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». E sempre san Girolamo dice: «Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: “Scrutate le Scritture”». Ma se devo indicare la persona che mi ha trasmesso davvero questa voglia di studiare, devo parlare di una donna che oggi è Serva di Dio: Carmen Hernández. Lei, insieme a Kiko Argüello – che voi della redazione avete visto a Bari il 2 giugno del 2019 – è stata iniziatrice del Cammino Neocatecumenale. Carmen ci invogliava continuamente a studiare. Quando parlava di Gesù, della Terra Santa o della storia della Chiesa, emergeva una conoscenza profonda della Sacra Scrittura, dei luoghi e delle fonti. Io quel consiglio l’ho seguito. Avevo 24 anni. Oggi ne ho quasi sessanta.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Al Teatro di Pirandello (Roma) con il regista Francesco Fario (destra) e un attore.

Direi che il consiglio ha attecchito.

Direi di sì. Sono stato sei volte in Terra Santa e a un certo punto ho fatto anche da guida.

La guida?

Sì. (Ride) Forse lì mi sono allargato un po’. Ma quando hai studiato quei luoghi per anni, quando ci torni più volte e cominci a raccontarli agli altri, alla fine capita che qualcuno ti segua. E quando comincio a raccontare, fermarmi non è semplicissimo.

Questo in redazione lo sappiamo bene. Però c’è un’altra cosa che in redazione sappiamo e che molti lettori ignorano: ti chiamano “il Barone Salvo”. Perché?

Ma perché mi fai questa domanda?

Ormai il segreto è uscito.

Mettiamo subito le cose in chiaro: non ci sono più i baroni come una volta. Non aspettatevi castelli, servitù, carrozze e possedimenti. A differenza del grande Totò, del quale si racconta che acquistò il suo titolo nobiliare di principe, il mio è autentico. Sono legato direttamente al Casato Antinolfi, del quale possiedo la lettere patenti e ho insegne e titolo di Barone di San Gregorio Magno. Ma niente più.

Niente castello?

Niente castello.

Niente terre?

Niente terre.

E soprattutto niente forzieri pieni di dobloni d’oro?

Purtroppo no. Quella sarebbe stata la parte più interessante. No, seriamente: per me tutto questo è solo vanità. È una storia di famiglia e tale rimane. Nella vita reale continuo a scrivere, lavorare e fare il “collaboratore” di  redazione esattamente come prima. Il problema è che adesso, dopo questa intervista, temo che in redazione “Barone” diventerà definitivo.

Mi sa proprio di sì. Torniamo al Premio Caravaggio. A chi lo dedichi?

Prima di tutto alla mia famiglia. Poi all’editore Ruggiero Polli Diomede e a tutta la redazione di Easy News 24.

Compreso chi ti sta facendo questa intervista?

Compreso te.

Questa la posso scrivere?

Ormai l’ho detta.

In radazione con Miki Fiorentino durante le prove dello spettacolo telivisivo “Avanti Tutti Show” di cui è autore.

Dopo tanti anni di radio, televisione, giornalismo e scrittura, che rapporto hai oggi con la comunicazione?

È cambiato tutto e, nello stesso tempo, non è cambiato niente. Quando iniziai, a 13 anni, c’erano un microfono, un giradischi, qualche disco e tanta voglia di fare. Oggi abbiamo strumenti che allora sarebbero sembrati fantascienza. La notizia viaggia in pochi secondi, puoi raggiungere migliaia di persone con un telefono. Ma il principio dovrebbe essere rimasto lo stesso: verificare, capire e raccontare. Se perdi questo, puoi avere tutta la tecnologia del mondo, ma non stai facendo giornalismo.

E dopo il Premio Caravaggio?

Si continua. Apprezzo moltissimo il riconoscimento, naturalmente, ma il giorno dopo torno sempre a chiedermi quale sarà il prossimo articolo, quale documento devo cercare, quale storia merita di essere approfondita. Forse è proprio questo che, dopo tanti anni, continua a tenermi dentro questo mestiere: la curiosità. E, possibilmente, continuare ad andare alla fonte.

Quella dove l’acqua non è inquinata.

Esattamente.

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