Nuovo affondo del presidente americano contro Roma e Giorgia Meloni sul dossier Iran. Crosetto prova a raffreddare la crisi: “Il rapporto con gli Stati Uniti è solidissimo”
di Redazione
(EN24) – Lo scontro tra Donald Trump e l’Italia entra in una fase sempre più delicata. Il presidente degli Stati Uniti è tornato ad attaccare Roma, accusando il nostro Paese e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni di non aver sostenuto Washington nel momento più critico del confronto con l’Iran.
Il nuovo affondo è arrivato attraverso Truth, il social del presidente americano. Trump ha rivendicato il peso economico e militare sostenuto dagli Stati Uniti per la sicurezza dell’Alleanza Atlantica e ha puntato il dito contro l’Italia, sostenendo che, dopo aver speso somme enormi per la Nato e per la difesa degli alleati, Roma non avrebbe preso in considerazione un coinvolgimento contro la Repubblica Islamica dell’Iran e la sua minaccia nucleare.
Il messaggio è politicamente pesante. Trump accusa l’Italia di essere stata protetta per decenni dagli Stati Uniti e di non essersi fatta trovare pronta “nel momento della prova”. Una frase che, al di là del linguaggio diretto e muscolare tipico del presidente americano, colpisce uno dei nervi scoperti del rapporto transatlantico: quanto devono fare gli alleati europei quando Washington chiede sostegno militare o logistico in una crisi internazionale?
Il punto più sensibile resta quello delle basi americane in Italia. Nei giorni precedenti Trump aveva già criticato Meloni per non aver consentito l’utilizzo di piste e infrastrutture italiane nelle operazioni legate al conflitto con l’Iran. Secondo il presidente americano, quel rifiuto avrebbe creato problemi logistici agli Stati Uniti, nonostante il contributo americano alla difesa dell’Italia e degli altri Paesi Nato.
Roma, però, ha sempre richiamato il quadro degli accordi bilaterali e il principio di sovranità nazionale. L’utilizzo delle basi militari straniere sul territorio italiano non è un automatismo politico, ma è regolato da trattati, procedure e valutazioni che riguardano la sicurezza nazionale, il diritto internazionale e gli interessi del Paese. È su questo confine che si consuma la frizione con Washington.
La presidente del Consiglio, dopo le polemiche dei giorni scorsi, ha scelto la linea del silenzio. Meloni aveva già replicato duramente alle accuse personali di Trump, respingendo la ricostruzione secondo cui avrebbe cercato una foto con lui al G7 per ragioni di popolarità. Poi ha fatto sapere di non voler più alimentare lo scontro, rivendicando l’unità dell’Occidente e il senso di responsabilità richiesto dalla fase internazionale.
La prudenza di Palazzo Chigi non cancella però la gravità politica del momento. Il rapporto tra Italia e Stati Uniti è uno degli assi storici della politica estera italiana. La presenza americana sul territorio nazionale, l’appartenenza alla Nato, la cooperazione militare, la sicurezza nel Mediterraneo, la guerra in Ucraina e le crisi in Medio Oriente rendono la relazione con Washington un pilastro strategico.
Proprio per questo il governo italiano prova a tenere separati i toni personali di Trump dalla solidità delle relazioni istituzionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di un legame “profondo e solidissimo” con gli Stati Uniti, spiegando di non aver compreso l’atteggiamento del presidente americano e sottolineando che i rapporti operativi, diplomatici e militari restano normali.
È una distinzione decisiva. Da una parte c’è lo scontro politico e comunicativo tra Trump e Meloni; dall’altra c’è una rete di rapporti tra apparati militari, diplomazie, ambasciate e strutture Nato che continua a funzionare. L’obiettivo italiano è evitare che la polemica del momento produca danni permanenti a un’alleanza costruita in decenni.
La crisi, tuttavia, rivela una trasformazione più profonda. Con Trump alla Casa Bianca, il rapporto con gli alleati europei torna a essere misurato soprattutto in termini di costi, contributi e disponibilità operative. L’America chiede più sostegno, più spesa militare, più allineamento nelle crisi. L’Europa, e l’Italia in particolare, prova invece a difendere uno spazio di autonomia decisionale, soprattutto quando si tratta di essere coinvolti in conflitti ad alto rischio.
Il dossier Iran rende questa tensione ancora più evidente. Per Washington, la minaccia nucleare iraniana giustifica una linea dura e il coinvolgimento degli alleati. Per Roma, il sostegno politico agli Stati Uniti non può tradursi automaticamente nell’uso del territorio italiano per operazioni militari senza una valutazione autonoma e senza il rispetto degli accordi esistenti.
È qui che emerge il nodo della sovranità. L’Italia è alleata degli Stati Uniti, ma non è subordinata agli Stati Uniti. È parte della Nato, ma non può essere trascinata automaticamente in ogni scenario bellico. È legata a Washington da un rapporto storico, ma deve rispondere anche al Parlamento, all’opinione pubblica, agli interessi nazionali e alla cornice giuridica internazionale.
Lo scontro con Trump rischia però di avere anche conseguenze politiche interne. Meloni aveva costruito negli anni un rapporto privilegiato con il mondo conservatore americano e con lo stesso Trump, presentandosi spesso come possibile ponte tra Washington e l’Europa. Le frizioni sul dossier Iran, i toni personali e la questione delle basi mettono ora in discussione quella posizione.
L’opposizione guarda alla vicenda come alla dimostrazione dei limiti di una diplomazia fondata anche su rapporti personali. La maggioranza, invece, prova a compattarsi attorno alla premier, rivendicando la difesa dell’interesse nazionale e la necessità di non trasformare l’amicizia con gli Stati Uniti in un’obbedienza automatica.
Sul piano internazionale, il caso italiano non è isolato. Trump ha espresso delusione anche verso altri leader Nato, accusati di non sostenere adeguatamente gli Stati Uniti. Il messaggio è rivolto all’intera Alleanza: Washington non vuole più essere il garante unico della sicurezza occidentale senza ricevere in cambio disponibilità politica, militare e finanziaria.
Il rischio è che la Nato entri in una fase di turbolenza proprio mentre le crisi si moltiplicano. Ucraina, Iran, Medio Oriente, sicurezza energetica e Mediterraneo richiedono coordinamento, ma la fiducia tra alleati appare più fragile. Quando il presidente americano attacca pubblicamente un Paese membro e la sua premier, il problema non è solo bilaterale: diventa sistemico.
Per l’Italia, la linea più difficile sarà continuare a difendere il rapporto con gli Stati Uniti senza cedere alla pressione politica. La scelta del silenzio da parte di Meloni va letta in questa prospettiva: evitare l’escalation, non offrire nuovi pretesti allo scontro, lasciare lavorare la diplomazia e preservare il canale militare.
La vicenda dimostra però che il tempo delle relazioni transatlantiche automatiche è finito. Ogni crisi obbliga gli alleati a ridefinire interessi, limiti e responsabilità. Gli Stati Uniti chiedono fedeltà operativa; l’Italia rivendica sovranità e rispetto degli accordi; l’Europa osserva con preoccupazione un rapporto sempre più esposto ai toni e alle decisioni di Trump.
Il nuovo attacco del presidente americano non rompe da solo l’alleanza tra Roma e Washington, ma ne mostra tutte le fragilità. Dietro la polemica sulle basi e sull’Iran c’è una domanda più grande: che cosa significa oggi essere alleati degli Stati Uniti quando la Casa Bianca pretende sostegno immediato e totale? L’Italia, per ora, risponde con cautela: alleati sì, subordinati no.

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